Si è spento Andrea Zanzotto, un poeta unico nel panorama letterario italiano novecentesco. Non appartiene, infatti, alla schiera dei tanti poeti autodidatti (cioè, per intenderci, come Saba e Quasimodo), neppure alla teoria degli intellettuali organici al potere e ai partiti, né tanto meno al gruppo di scrittori che ancora aspiravano al ruolo di poeta vate o che, al contrario, intendevano destrutturare la poesia destituendola delle sue prerogative e della sua importanza.

È un uomo che ha amato la sua terra, rimanendo quasi per tutta la vita ancorato alle sue radici, Pieve di Soligo nel trevigiano (a parte una parentesi in Francia e in Svizzera nel Secondo dopoguerra), dove era nato nel 1921. Una laurea in Lettere a soli ventuno anni, poi l’insegnamento, l’attività di critico letterario su riviste e a trent’anni l’esordio poetico con la raccolta Dietro il paesaggio. In seguito escono tante altre sillogi: Vocativo (1957), IX Ecloghe (1962), La beltà (1968), Pasque (1973), Filò (1976), Il Galateo in bosco (1978), Fosfeni (1983), Idioma (1986), Meteo (1996), Sovrimprensioni (2001) fino ad arrivare a Conglomerati (2009) che raccoglie poesie composte tra il 2000 e il 2009.