In questo libro la protagonista, che racconta la sua vita, ad un certo punto esclama una frase che può essere emblema del romanzo: «Ho imparato che nel mio piacere c’è la mia libertà». La scoperta del proprio io coincide con l’esplorazione delle proprie possibilità di piacere, e aggiungiamo qui sessuale, che lei può vivere e scoprire dopo tanti anni, dopo che il tempo trascorso in compagnia del marito l’ha demoralizzata, svilita, deprivata della sua vitalità e del suo entusiasmo. Nel tempo il loro matrimonio ha perso la complicità e l’amore di un tempo, mentre falsità e menzogna si fanno strada nella loro condivisione. La donna inizia a percepire una sorta di estraneità nei confronti del marito, così cerca una fuga nelle uscite con i colleghi, nel bere. Cerca di parlare della sua situazione con le amiche, ma, invece, di essere aiutata a capire quanto le stia capitando è spronata a cambiare vita, a vivere nuove emozioni («Che palle con questo giusto e non giusto. […] Per una volta fa’ quello che ti va! Non sei curiosa di scoprire perché un uomo entra dentro nella tua vita solo con uno sguardo?». E ancora: «Per una volta concediti un errore»).

L’incontro casuale con un uomo ad un meeting di lavoro accende in lei la tentazione di un’avventura che viene caldeggiata dalla sua più cara amica. Domina, così, il desiderio di liberarsi dal matrimonio, dalle responsabilità, da un impegno che ora non sente più. La donna si sente sempre più vitale, nel senso che cerca sempre di più lo spazio per andare a letto con un uomo che rimane durante tutta la storia uno sconosciuto, di cui non conosce quasi nulla, di cui non condivide nulla, i desideri, le aspirazioni, ma solo la voglia di orgasmi. Scusate la volgarità, ma non faccio che ripetere una delle parole più frequenti del romanzo. Lei lo cerca nei modi più diversi che l’autore si diverte a raccontare (amore di coppia, a tre, nell’esperienza omosessuale, …) in maniera che il sesso diventa addirittura fastidioso e ingombrante. Lo scrittore, poi, inserisce tra le diverse e ripetitive descrizioni degli incontri e degli amplessi qualche frase pseudo sapienziale: «Per anni ho aspettato che la mia vita cambiasse, invece ora so che era lei ad aspettare che cambiassi io». Ora ritorno alla domanda di partenza.

Quale io intercetta Fabio Volo? Lo scrittore parla di un uomo ridotto a piacere e soddisfazione del piacere: il piacere deve diventare diritto, mentre il destino, il bene, il giusto non esistono. L’uomo non è fatto per un’esperienza di bellezza, di verità, di giustizia, di bontà, ma per liberarsi delle costrizioni, delle convinzioni, delle certezze con cui è cresciuto. L’esperienza di libertà è un processo di autonomia, ma non alla scoperta della propria interiorità, delle proprie domande di senso e di significato. C’è l’esaltazione della istintività pura, della libido, dell’irrazionale, della ribellione e della fuga dalla realtà. Si invoca l’emozione profonda vissuta nell’istante per l’istante, come abbiamo già visto in tanti film odierni, come ad esempio in Notte prima degli esami (dove un professore afferma: «Per Leopardi non importa quello che troviamo alla fine della strada, ma l’emozione che proviamo al momento»; evidentemente il professore si sbaglia sul Recanatese) oppure L’ultimo bacio.

In quei film, però, direi che c’è comunque uno sguardo più umano rispetto a questo libro in cui l’emozione è ridotta esclusivamente alla seduzione e al piacere erotico con un’attenzione ai particolari della descrizione del rapporto sessuale che desta l’impressione del voyeurismo. Forse, molti lettori troveranno piacere nella lettura del romanzo per questo motivo. Altri lo leggeranno perché lo scrittore intercetta il desiderio dell’uomo contemporaneo di fuggire dalla realtà, incapace a viverla, a starci di fronte: di qui la ricerca di una seconda vita parallela, di forme di alienazione e di dimenticanza del proprio io (droga, alcool, sesso sfrenato, …). La stessa protagonista spesso afferma che si era dimenticata chi fosse dopo quelle forti esperienze erotiche. Amore qui coincide con piacere o, forse, ancor peggio con libido. Se amore e piacere coincidono, ha ragione D’Annunzio a scrivere in una delle sue poesie più note, «La pioggia nel pineto», dedicata all’amata Eleonora Duse: «Piove […]/ su la favola bella/ che ieri/ m’illuse, che oggi t’illude,/ o Ermione». Anche le storie più importanti sono favole belle, illusioni che possono persistere solo per il tempo in cui perdura la soddisfazione del piacere. Anche l’idolo del piacere mostra, però, tutta la sua inconsistenza.

Così, alla fine del romanzo quando la protagonista si aspetta qualcosa di più dalla relazione con quell’uomo, tutto finisce, perché lui non è disposto a cambiare il tipo di relazione. Lei, allora, troverà il coraggio di lasciare il marito e, dopo tempo, di iniziare una nuova relazione. Così scrive sul diario: «Non sto andando a vivere con lui perché penso che il nostro sarà un amore eterno. Vado a stare con lui perché adesso è la persona con cui voglio addormentarmi la sera». Quando muore l’homo religiosus, quando si dimentica il vero desiderio dell’uomo, che è un desiderio immenso di Infinito, muore in realtà l’uomo stesso, che viene trattato come mezzo di soddisfazione o come ingranaggio di un sistema che deve funzionare. L’uomo perde così di vista il proprio fine e collabora inconsapevolmente ad un fine diverso. Questa è la radice dell’alienazione. La protagonista che pensa di scoprirsi si allontana sempre più da sé, in fuga dal proprio passato, dal proprio io più profondo e dal proprio presente. La donna non riesce più a vivere la realtà se non in funzione del soddisfacimento del proprio desiderio sessuale.

Il romanzo è lo specchio di un fenomeno oggi molto diffuso, quello per cui la corporeità dell’uomo è trattata come mezzo per conseguire l’obiettivo agognato. Si assiste alla mercificazione del corpo maschile e femminile, alla sua strumentalizzazione, all’oscena separazione dell’interiorità dalla esteriorità. Nell’uomo ridotto a sola materia il principio economico diventa idolo assoluto. È necessario premettere che intendiamo qui il termine «economico» proprio nella sua accezione di «pertinente alla economia», ovvero alla soddisfazione di bisogni materiali illimitati con beni che sono invece limitati. Quando affermiamo che il principio economico è diventato un idolo, intendiamo dire che qualsiasi bisogno materiale viene assunto come esigenza imprescindibile per l’uomo, da soddisfare ad ogni costo. Diventa, cioè, diritto e in quanto tale deve essere rispettato, anche a costo di utilizzare mezzi non propriamente buoni. Nel contempo qualsiasi desiderio umano può diventare bisogno da soddisfare e, quindi, diritto.

Nasce la società in cui si godono solo dei diritti e mancano i doveri e le responsabilità. In una cultura siffatta è anche facile indurre bisogni che in realtà non siano tali. Il sistema di potere (non solo politico, ma anche economico) controlla, gestisce e sfrutta più facilmente uomini che non siano coscienti del proprio cuore e, quindi, della propria domanda di verità e di felicità infinita. Il fatto che il libro di Fabio Volo sia il più letto ci dice molto sulla riduzione dell’umano a cui si assiste oggi. Non si può leggere questo libro senza sentire un peso, un fastidio, una tristezza che in me, lo confesso, sono divenuti addirittura disgusto nel vedere che si possa parlare dell’uomo in questi termini, che si possano affrontare sentimenti e legami come quelli tra marito e moglie con questo sguardo sadico e cinico.

Vorrei ricordare che nel canto V dell’Inferno Dante chiama al banco degli imputati la letteratura e, quindi, gli scrittori. Quando Francesca risponde alla domanda «A che e come concedette amore che voi conosceste i dubbiosi disiri», dice: «Noi leggiavamo un giorno per diletto/ di Lancialotto come amor lo strinse;/soli eravamo e sanza alcun sospetto./[…] ma solo un punto fu quel che ci vinse./ Quando leggemmo il disiato riso/esser basciato da cotanto amante,/ questi, che mai da me non fia diviso,/la bocca mi basciò tutto tremante./ Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse». La storia di Lancillotto e Ginevra era di ben altra delicatezza e dai toni ben più cortesi e galanti. Eppure, Dante riconosce che una storia raccontata può avere un peso determinante nelle vicende di chi legge.

Lo scrittore ha una responsabilità incredibile. Dico sempre ai miei studenti e ai loro genitori: «Di solito a scuola si spronano i ragazzi a leggere, a vedere film, a frequentare coetanei (socializzare). Invece, dovete pensare a cosa leggete, a cosa vedete, a chi frequentate. Lettura, amicizie, film e programmi TV ci formano ed educano». (pubblicato su La bussola quotidiana del 28-1-2012)