Il Foscolo che emerge dalla produzione epistolare è un uomo che è animato da un profondo senso religioso, ma non riesce a credere, anche se vorrebbe credere. Un chiaro segno della nostalgia della fede perduta di Foscolo è presente anche nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, il primo romanzo della letteratura italiana, che ha risvolti in gran parte autobiografici, opera alla quale lo scrittore si dedicherà per tanti anni, modificandola più volte fino all’edizione zurighese del 1816.

Ortis è animato da profonde domande sulla vita e sul destino, come quando si chiede, rifacendosi ai Pensieri di Pascal: «Io non so né perché venni al mondo; né come; né cosa sia il mondo; né cosa io stesso mi sia. E s’io corro ad investigarlo, mi ritorno confuso d’una ignoranza sempre più spaventosa. […] Invano io tento di misurare con la mente questi immensi spazj dell’universo che mi circondano. Mi trovo come attaccato a un piccolo spazio di uno spazio incomprensibile, senza sapere perché sono collocato piuttosto qui che altrove; o perché questo breve tempo della mia esistenza sia assegnato piuttosto a questo momento dell’eternità che a tutti quelli che precedevano, e che seguiranno. Io non vedo da tutte le parti altro che infinità le quali mi assorbono come un atomo». Ortis percepisce che la ragione umana si spalanca all’immensità del creato tutta protesa a coglierne l’oltranza e il senso, attratta dal mistero infinito per cui l’uomo sembra essere fatto. Così emerge nella lettera del 13 maggio 1798, quando Ortis scrive, dopo essere stato in «estatica contemplazione»: «Scintillavano tutte le stelle, e mentr’io salutava ad una ad una le costellazioni, la mia mente contraeva non so che di celeste, ed il mio cuore s’innalzava come se aspirasse ad una regione più sublime assai delle terra».

Ma l’aspirazione umana all’infinito non regge di fronte al senso della precarietà del vivere e alla percezione della sproporzione tra la nostra miseria e l’infinito a cui aneliamo: «Da qualunque parte io corressi anelando alla felicità, dopo un aspro viaggio pieno di errori e di tormenti, mi vedeva spalancata la sepoltura». Ortis è da un lato attratto dalla forte fede della madre a cui chiede benedizioni e preghiere fino alla fine, dall’altro percepisce che non ha mai amato Dio tanto quanto ama Teresa che è per lui divenuta un vero e proprio idolo. Un’urgenza di Dio, un anelito di pienezza e di senso emergono nelle sue parole quando scrive, rivolgendosi al Creatore: «Io non t’adoro, appunto perché ti pavento – e sento pure che ho bisogno di te. […] Odimi dunque. Questo cuore ti sente, ma non t’offendere del gemito a cui la Natura costringe le viscere dilaniate dell’uomo. E mormoro contro di te, e piango, e t’invoco, sperando di liberare l’anima mia – di liberarla? Ma e come, se non è piena di te?».

Teresa o Dio? Questa opzione è sintomo della spaccatura che vive Ortis. Il cielo o la terra? L’amore per Dio o per la sua creatura? Dio non c’entra più con la vita. Scegliere lui significa allontanarsi dalla vita. Nel contempo, Ortis, che non vive la carnalità del cristianesimo in seno alla chiesa, ritorna al Dio disincarnato, distante e vendicativo dell’Antico Testamento tanto da apostrofarlo con le parole dell’Esodo: «Dio forte, prepotente, geloso, che rivedi le iniquità de’ padri ne’ figli, e che visiti nel tuo furore la terza e la quarta generazione». Il passo dalla percezione di un Dio lontano alla sua negazione è breve.

A Ventimiglia, quando medita di fuggire in Francia, nella lettera del 19 e 20 febbraio del 1789, Ortis sembra approdare a un materialismo integrale che non ammette opposizioni. È solo un’impressione. Le ultime lettere sono intrise, infatti, di religiosità, di desiderio di Dio, di struggimento per la fede perduta. Sul comodino della sua camera da letto sta la Bibbia, nel taschino della giacca si trovano le lettere della madre a cui lui chiede la benedizione. Ortis si trafigge nel costato con un pugnale. Le ultime parole scritte all’amico Alderani richiamano quelle pronunciate da Gesù in croce nel Vangelo di Luca. I giorni che precedono il suicidio sono percorsi da evidenti richiami alla passione di Cristo. L’analisi sarebbe qui lunga. A titolo di esempio si ricordi che Ortis si ferma a casa di un contadino e chiede da bere, che muore con un pugnale conficcato nel costato, che affida la madre all’amico Lorenzo Alderani come se fosse un figlio e affida l’amico alla madre (come Gesù in croce di fronte alla Madonna e a Giovanni). Vi è, poi, una lunga serie di citazioni evangeliche, come ad esempio: «Se il Padre degli uomini mi chiamasse a rendimento di conti, io gli mostrerò le mie mani pure di sangue, e puro di delitti il mio cuore. Io dirò: Non ho rapito il pane agli orfani ed alle vedove; non ho perseguitato l’infelice; non ho tradito; […] Ho spartito il mio pane con l’indigente». La morte avviene il 25 marzo 1799, data fortemente simbolica per la tradizione cristiana: infatti, quando il venerdì santo cade in quella data, la morte di Cristo coincide con l’incarnazione.