Calvino ha solo trent’anni e ha già raggiunto una certa notorietà grazie ai primi romanzi quando gli capita un fatto imprevisto, totalmente inaspettato. È il 1953, anno di elezioni politiche, alle quali partecipa anche come candidato di lista del Partito Comunista.

Calvino si reca al Cottolengo per controllare che non avvengano brogli elettorali durante le elezioni. Fa il giro dei seggi dove i rappresentanti di lista chiedono l’aiuto del partito per contestazioni da risolvere. Vi rimane per pochi minuti in cui assiste a scene, incontra persone, sente delle discussioni che lo provocano, lo mettono in discussione, suscitano addirittura in lui l’idea di scrivere un romanzo.

Quando nel 1961 ritorna come scrutatore alle elezioni amministrative, Calvino ha la possibilità di rimanere tanto tempo per ascoltare, osservare, annotare, guardare con stupore quanto accade in maniera imprevista e imprevedibile. Ora le immagini che conserva nella sua mente sono molte, ma troppo forti. Calvino deve, quindi, attendere che si sbiadiscano un po’, prima di iniziare a scrivere. Ha già confessato l’anno prima all’editore francese François Wahl (lettera dell’1 dicembre 1960): «L’unica cosa che vorrei poter insegnare è un modo di guardare, cioè di essere in mezzo al mondo. In fondo la letteratura non può insegnare altro».

Nel contempo non basta osservare, perché per imparare bisogna annotare e scrivere: «Scrivo per imparare qualcosa che non so. Non mi riferisco adesso all’arte della scrittura, ma al resto: a un qualche sapere o competenza specifica, oppure a quel sapere più generale che chiamano “esperienza della vita”. (…) Questo posso farlo solo nella pagina scritta, dove spero di catturare almeno qualche traccia d’un sapere o d’una saggezza che nella vita ho sfiorato appena e subito perso».

Cosa accade al Cottolengo?

Come cambia la vita di Calvino dopo l’incontro con la realtà del Cottolengo?

Come cambia Amerigo Ormea, protagonista del romanzo?

Lo vedremo nella serata dell’11 ottobre.