Con quale spirito i sette monaci trappisti della comunità del monastero di Notre-Dame de l’Atlas, impegnata con grande vigore a tener viva la coabitazione con i musulmani in una zona pericolosa per i frequenti scontri armati, affrontano la missione rifiutando la protezione dell’esercito. Cosciente che potesse avvenire qualcosa di tragico, Frère Christian de Chergé aveva lasciato un testamento:

 

 

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, mi piacerebbe che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a quel Paese […]. E anche tu, amico dell’ultimo istante, che non saprai quello che starai facendo, sì, anche per te voglio dire questo «Grazie!», e questo «Ad-Dio», nel cui volto io contemplo. Che ci sia dato di incontrarci di nuovo, ladroni beati, in Paradiso, se piacerà a Dio, nostro Padre comune. Amen!

 

Sequestrati il 27 marzo 1996 durante la notte, i sette monaci di Notre Dame de l’Atlas furono uccisi dai terroristi fondamentalisti. Il 21 maggio furono ritrovati i loro corpi decapitati.

Testimonianze come queste sono tramandate fino dagli albori della chiesa, che è e sarà sempre martire, nella sua duplice accezione. Negli Atti di santa Felicita e Perpetua Felicita viene accusata di essere cristiana sotto l’imperatore Settimio Severo e le viene chiesto di abiurare la propria fede. Anche il padre le mostra il figlio appena nato e le chiede l’apostasia. Ma Felicita rimane fedele a Cristo. Il 7 marzo del 211 viene condannata a morire nel circo, assieme ad altri cristiani, colpevoli di aver professato la loro fede in Cristo. La morte non è l’ultima parola. Una nuova vita si apre per quanti credono in Cristo già su questa Terra e, poi, nell’aldilà. Per questo il santo è celebrato nella tradizione cristiana nel suo dies natalis, il giorno della morte terrena e della nascita alla nuova vita in Cielo.