Collocata in mezzo alla valle, con una vista panoramica che si apre a 360 gradi sulle montagne circostanti, capoluogo della Val Seriana, Clusone offre un connubio perfetto tra la possibilità di riposo e le occasioni di cultura e di arte.

Ne era ben cosciente Clara Maffei che vi trascorreva i mesi estivi nel palazzo paterno Carrara–Spinelli, per decenni nell’Ottocento luogo di accoglienza per grandi artisti e intellettuali, una sorta di salotto letterario estivo. Nata a Bergamo nel 1814, Clara Maffei aveva entrambi i genitori discendenti da famiglie aristocratiche. Il padre apparteneva ai Carrara-Spinelli di Clusone. A soli diciotto anni la giovane si sposò a Milano con Andrea Maffei, di sedici anni maggiore d’età, che si poteva fregiare solo del titolo di cavaliere. La figlia che nacque dal matrimonio, di nome Ottavia, morì a soli nove mesi. Fu così che il marito iniziò ad invitare nell’abitazione di Milano artisti ed intellettuali, per ravvivare e allietare le mura domestiche.

Nacque così il primo nucleo del salotto di casa Maffei, da principio di carattere artistico e letterario, più tardi, dopo la separazione tra i coniugi Maffei e l’inizio della relazione di Clara con il patriota Carlo Tenca nel 1846, dai tratti più specificatamente politici. In pochi decenni il salotto milanese di Clara Maffei divenne il più importante in Italia, perché vi si radunavano intellettuali, artisti e pensatori di prim’ordine e diveniva luogo di incontro fondamentale anche per scrittori europei di passaggio per il nostro Paese. La contessa Maffei, affabile e di grande carisma, era espertissima nel creare un luogo di accoglienza e di raffinatezza in cui le idee potessero trovare spazio di espressione e di comunicazione. Una miriade di personaggi, maschili e femminili, animava il salotto. Non possiamo qui non menzionare Honoré de Balzac, Giuseppe Verdi e Alessandro Manzoni, assiduo frequentatore e grande amico della contessa.

Fu il giornalista e direttore di giornali Raffaello Barbiera a raccontarci la vita del salotto nel saggio Il salotto della Contessa Maffei, pubblicato per la prima volta nel 1895 (quando la Contessa Maffei era morta già da nove anni), che riscosse un tale successo da raggiungere la sua quarta ristampa nello stesso anno e da continuare ad essere editato fino agli anni Quaranta del Novecento. Nei decenni successivi divenne lettura per specialisti. Scrive Barbiera su Clara Maffei: «Ella possiede l’arte di ascoltare bene. Mentre il suo labbro parla e sorride le mani affilate lavorano assidue d’uncinetto a qualche vesticciola per i bambini poveri. Tollera tutte le opinioni, tutte le idee, non tollera mai la maldicenza. Ai suoi occhi bruni, pensosi, bellissimi, nessuno sfugge. Se scorge qualcuno d’umore non lieto, accorre a lui premurosa e affettuosa».

Il saggio rappresenta una testimonianza della vita culturale dell’Ottocento, una sorta di trasposizione scritta dei dialoghi che si tenevano tra i frequentatori. In questo saggio l’aneddoto della conversione di Manzoni a Parigi compare per la prima volta nella forma conosciuta su tutti i libri di testo scolastici.

D’estate, come detto, la Maffei trascorreva le vacanze a Clusone, ove si ricreava un mini salotto letterario nel Palazzo Carrara-Spinelli (nella via dedicata a Clara Maffei), edificio seicentesco, in cui spesso fu ospite il compositore Giuseppe Verdi. Anche lo scrittore e giornalista Carlo Tenca, che divenne nuovo compagno di Clara Maffei, dopo la separazione della nobile dal marito, frequentò la residenza di Clusone fin dai primi mesi di conoscenza con la contessa. Dopo il 1848, Tenca assunse un ruolo di primo piano e di guida degli intellettuali del salotto della Maffei a Milano in chiave liberale e moderata.

Di fronte al Palazzo Carrara-Spinelli si trova il Palazzo Marinoni Barca, affrescato e recante ancora lo stemma della famiglia Marinoni (importante nel Comune fin dal secolo XIV), divenuto più tardi residenza di un ramo della famiglia Barca di Bergamo. Oggi l’edificio è sede del MAT (Museo Arte e Tempo), ove si possono ammirare opere pittoriche e scultoree bergamasche, oltre che un percorso sui meccanismi degli orologi da torre, propedeutico alla visita dell’Orologio astronomico Fanzago, che si trova nella Torre dell’orologio, vicino al Palazzo comunale, progettato da Pietro Fanzago nel Cinquecento: dal 1583 continua a battere le ore, offrendoci tante altre indicazioni astronomiche, come ad esempio le fasi lunari.

La via dedicata al cardinale Angelo Mai ricorda un personaggio che ha soggiornato in gioventù a Clusone: nativo di Schilpario nella val di Scalve, studiò per alcuni anni nella città. Fu nominato da Pio IX prefetto della Biblioteca Vaticana (1853-1854) e fece importantissimi ritrovamenti di codici antichi tra cui alcune parti del De repubblica di Cicerone: fu una scoperta così importante che Giacomo Leopardi gli dedicò una canzone. Non è possibile dar conto qui di tutti gli edifici, i palazzi, le chiese che arricchiscono il patrimonio artistico di Clusone. Ricordiamo il Palazzo Fogaccia, iniziato nel 1693 e terminato nel 1709 a partire dai progetti dell’architetto Giovanni Battista Quadrio di Milano, che presenta meravigliosi affreschi all’interno, opera di importanti pittori lombardi. Dal 1939 il palazzo diventa Fogaccia Giovanelli, dopo il matrimonio della Contessa Giulia Fogaccia Zammitti con il principe Giuseppe Giovanelli (proveniente dalla Val Gandino). Il motto della famiglia nobile Fogaccia era «NI MATARME NI SPANTARME» (ovvero «né mi ammazzi, né mi spaventi») che possiamo ritrovare anche negli altri palazzi della famiglia a Clusone e che mostra l’importanza che questi nobili assunsero all’interno della vita della città.

La magnifica Basilica di Santa Maria Assunta e San Giovanni Battista a Clusone, che offre una vista spettacolare sul paese e sulla valle, fu consacrata nel 1711, ricostruita interamente su un’antica chiesa risalente addirittura all’VIII secolo. Dinanzi alla Basilica si trova l’Oratorio dei Disciplini con gli affreschi del Trionfo della morte e la Danza macabra, opera di Giacomo Borlone de Buschis, tra il 1484 e il 1485, strutturati su tre registri. Quello superiore mostra la morte come regina nelle sembianze di uno scheletro che tiene nelle mani dei cartigli. Con le sue parole la morte ricorda che è il destino ogni uomo: «Gionto [sono] per nome chiamata Morte / ferisco a chi tocherà la sorte; / no è homo chosì forte / che da mi no po’ a schanmoare [scappare]». «Gionto [sono] la Morte piena de equaleza / sole voi ve volio e non vostra richeza / e digna sonto da portar corona / perché signorezi ognia persona».

In maniera poetica, nei Promessi sposi Manzoni scrive che la morte è la «falce che pareggia tutte l’erbe del prato», sia «il fiore già rigoglioso sullo stelo» che «il fiorellino ancora in boccia». Il giudizio riguarderà ciascuno di noi e sarà in base alla misericordia di Dio e alla nostra sequela: «Ognia omo more e questo mondo lassa / chi ofende a Dio amaramente pasa». «Chi è fundato in la iustitia e (bene) / e lo alto Dio non discha(ro tiene) / la Morte a lui non ne vi(en con dolore) / poy che in vita (lo mena assai meliore)».

Sotto si trova l’affresco della Danza macabra con le iscrizioni: «O ti che serve a Dio del bon core / non havire pagura a questo ballo venire / Ma alegramente vene e non temire / poi chi nase elli convene morire» («Tu che sei timorato di Dio/non avere paura di partecipare a questo ballo/vieni allegramente e non temere/poiché è destino di chi nasce morire»).

Infine, nel registro inferiore troviamo il ciclo dei dannati e dei giusti: nell’affresco molto danneggiato è possibile vedere ancora un mostro che accoglie i dannati con le fauci spalancate riservandole al fuoco dell’Inferno, mentre sulla destra i Disciplini in preghiera mostrano la via da seguire per il Paradiso.