Se Arquà è legata indissolubilmente a Petrarca (1304-1375) e Bosisio al prete e poeta illuminista Giuseppe Parini (1729-1799), quando si pensa a Santo Stefano Belbo la memoria va immediatamente a Cesare Pavese (1908-1950), che vi è nato e che ha immortalato le Langhe nelle sue opere. Un piccolo paese di neanche quattro mila abitanti è così divenuto noto in tutto il mondo, almeno a quello appassionato di letteratura. Un breve viaggio, anche in giornata, permette di visitare i luoghi pavesiani e di ritornare indietro nel tempo alla vita contadina tra le due guerre mondiali.

Proprio l’idea del viaggio, di una vita in cui si prende consapevolezza di sé e della realtà, in cui si possa giungere a cogliere l’essenza stessa di ciò che sta oltre il tempo, perché permane, invariabile, è centrale in tutta la produzione di Pavese, da quella poetica a quella narrativa. Per Pavese la vita dell’uomo permette viaggi, ma non ritorni, così come lo scrittore è chiamato a riconoscere nell’ultimo romanzo La luna e i falò (1950).

Tornato dall’America dopo la liberazione e dopo aver fatto fortuna, Anguilla cerca invano nel paese natìo delle Langhe il proprio passato e i compagni cari dell’infanzia. Invano, dicevamo, perché molti sono morti. Le storie sembrano però ripetersi e Anguilla rivive nella figura del piccolo Cinto, adottato dal contadino Valino, la sua stessa storia di orfano sin da bambino. Infine, scopre che quei falò che nella tradizione mitica, ancestrale e contadina rinnovano di anno in anno la fecondità della terra sono nell’orizzonte storico lo strumento della tragica morte durante la guerra, in cui ha perso la vita giovanissima la bella ragazza del paese, Santa, divenuta spia dei tedeschi.

Ora che è tornato, capisce che «un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti», «un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via». Anguilla non può restare, deve ripartire, ora che sa e ha capito. La maturità dell’uomo è questa consapevolezza della vita, questa accettazione del destino che, se non si tramuta in amore, lascia solo tanta tristezza e malinconia. Del resto, «ripeness is all» (Shakespeare), frase prefatoria a Il mestiere di vivere. Qual è il paese in cui è tornato? Santo Stefano Belbo. Racconta il narratore:

C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire «Ecco cos’ero prima di nascere». Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi.

A Santo Stefano Belbo si può visitare la casa Natale di Cesare Pavese, casa di campagna dei suoi genitori, venduta nel 1916, una volta morto il padre. Dal 2002 si può vedere anche la tomba dello scrittore i cui resti sono stati trasferiti nel cimitero del paese col consenso dei parenti. Sulla lapide leggiamo: «Ho dato poesia agli uomini». Nel 2022, vicino alla tomba, i lavori di risistemazione dell’area sepolcrale hanno realizzato una collinetta che rappresenta quella di Moncucco che sovrasta con le sue vigne Santo Stefano Belbo. Sulla cima di Moncucco si trova il Santuario della Madonna della Neve, da cui il 4 agosto venivano un tempo accesi i falò. Sono i falò che ogni anno rappresentavano, nel tempo mitico, il ciclo della natura e della vita e, nel tempo storico, erano divenuti emblema per Pavese della guerra e della violenza durante la Seconda Guerra Mondiale. La collina è cantata ne I mari del Sud. Il poemetto, composto nel 1930, racconta di un narratore (probabilmente Pavese) che incontra il cugino che è ritornato in paese dopo tanti anni che era lontano:

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
– un grand’uomo tra idioti o un povero folle –
per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. “Tu che abiti a Torino… ”
mi ha detto “… ma hai ragione. La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant’anni,
si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”.

Il cugino non parla l’italiano, ma il dialetto, in alcun modo modificato da vent’anni di viaggi in mezzo al mare dove ha ascoltato tanti altri idiomi. Il cugino è partito per far ritorno soltanto tanti anni dopo. Pavese abbandona le Langhe, ma poi di tanto in tanto vi ritorna, perché «le Langhe non si perdono» come scrive il poeta ne I mari del Sud. Sono come un microcosmo che è anche macrocosmo. Lì c’è tutto, come annota Pavese in una pagina de Il mestiere di vivere (1947):

Oggi vedevi la grossa collina a conche, il ciuffo d’alberi, il bruno e il celeste, le case e dicevi: è come è. Come deve essere. Ti basta questo. È un terreno perenne. Si può cercar altro? Passi su queste cose e le avvolgi e le vivi, come l’aria, come una bava di nuvole. Nessuno sa che è tutto qui.

Se vai in profondità di un paese, vi trovi tutta l’umanità che ha contraddistinto la storia dalla notte dei tempi. Ad un paio di minuti dalla casa di Pavese si può visitare la casa-falegnameria di Pinolo Scaglione, divenuta museo, che compare nel romanzo La luna e i falò. L’amico di una vita, Pinolo, compariva nel romanzo con il soprannome di Nuto, abbreviazione di Benvenuto. Un giorno, l’amico era andato a trovarlo in un momento di sconforto e Pavese lo aveva accolto dicendogli: «Benvenuto! Non potevo ricevere in questo momento visita più gradita». Quando lo scrittore si era trasferito a Torino, Scaglione lo andava a trovare periodicamente e lo incontrava ad un caffè.

Infine, la Collina della Gaminella si trova dinanzi al paese, «un versante lungo e ininterrotto di vigne e di rive, un pendio così insensibile che alzando la testa non se ne vede la cima – e in cima, chi sa dove, ci sono altre vigne, altri boschi, altri sentieri – […] come scorticata dall’inverno». La si vede «digradare gigantesca» verso Canelli dove la valle finisce.