Passeggiando tra le strade di Monza ci si può in poco tempo immergere nell’atmosfera di epoche diverse. I resti archeologici dell’antica città romana (chiamata Modicia) sorta sul fiume Lambro, la Corona ferrea e il tesoro della regina nel Duomo di Monza, la Torre di via Lambro e l’arengario di epoca medioevale, la Villa Reale realizzata dal Piermarini alla fine del Settecento, la dimensione postunitaria del re di Sasso, dedicato a Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia morto nel 1878, sono solo alcuni spunti per un viaggio nella storia monzese e italiana.

Oggi capoluogo di provincia, in epoca longobarda con Teodolinda e lo sposo Agilulfo Monza divenne residenza estiva dei sovrani e fu costruito un palazzo di cui oggi non rimane traccia. Divenuta prima libero comune nel XIII Secolo, Monza fu poi inglobata nel ducato milanese visconteo nel Trecento. Nel Cinquecento la città divenne feudo della famiglia de Leyva, a cui apparteneva quella suor Virginia che fu immortalata nel personaggio di Gertrude (la monaca di Monza) ne I promessi sposi.

Il narratore de I promessi sposi fa riferimento allo storico Giuseppe Ripamonti che nelle Historiae patriae non nomina esplicitamente il nome del paese della monaca, ma “di questo dice ch’era un borgo antico e nobile, a cui di città non mancava altro che il nome; dice altrove, che ci passa il Lambro; altrove, che c’è un arciprete. Dal riscontro di questi dati noi deduciamo che fosse Monza senz’altro”.

A Monza troviamo così il convento santa Margherita (nell’omonima piazza) ove si trovava la monaca di Monza, al secolo Marianna, nata nel 1575, figlia di don Martino de Leyva, principe d’Ascoli e conte di Monza. La chiesa che oggi si può ammirare, costruita nel 1736 dalla facciata in cotto e dal portale marmoreo, viene ribattezzata in San Maurizio alla fine dell’Ottocento, mutuando il nome dalla vicina chiesa di san Maurizio demolita per lasciare spazio a via Vittorio Emanuele II, via nella quale si trovava la proprietà di Giampaolo Osio (l’Egidio del romanzo).

Rimasta orfana di madre, Marianna de Leyva entrò come educanda nel convento di Santa Magherita a Monza, ove pronunciò i voti solenni a sedici anni col nome di Virginia Maria. La monaca conobbe nel 1598 Giampaolo Osio, giovane scapestrato, già autore di delitti. I fatti andarono diversamente rispetto a quanto raccontato nel romanzo. Da Gli atti del processo risulta che Osio fece cenno ad una monaca. Allora suor Maria Virginia la riprese. A questo punto il giovane si rivolse a lei che si offese. Furono due suore (Ottavia e Benedetta) e un prete (Paolo Arrigone) a far incontrare Osio e suor Virginia. Al processo le due suore confessarono la loro responsabilità, mentre il prete negò.

Dalla relazione tra suor Virginia e Osio nacquero due figli: uno partorito morto in cella e una figlia che sarà legittimata da Osio. La storia d’amore fu scoperta dalla conversa Caterina da Meda, che venne uccisa (1606). Le indagini condotte con dovizia, grazie anche all’intervento dell’Arcivescovo Cardinal Federico Borromeo, condussero a individuare il colpevole. Condannato a morte nel 1608, Osio non venne in realtà mai catturato. Triste fu, comunque, la sua fine: finì decapitato nella cantina di un amico, il Conte Ludovico Taverna. Il suo capo fu gettato lungo una strada ai piedi del governatore di Milano Fuentes.

Racconta Manzoni che vicino al convento della monaca di Monza si trovava un castello: “Quando fu vicino alla porta del borgo [Porta Milano], fiancheggiata allora da un antico torracchione mezzo rovinato, e da un pezzo di castellaccio, diroccato anch’esso, che forse dieci de’ miei lettori possono ancor rammentarsi d’aver veduto in piedi, il guardiano si fermò, e si voltò a guardar se gli altri venivano; quindi entrò, e s’avviò al monastero; dove arrivato, si fermò di nuovo sulla soglia, aspettando la piccola brigata”.

La torre e il castellaccio vennero demoliti nel 1809. Per questa ragione diciott’anni più tardi quando uscì la ventisettana pochi lettori di Manzoni potevano ancora ricordarsi dei due monumenti diroccati. Un’illustrazione di Francesco Gonin per l’edizione della Quarantana prova a ricostruire i resti di quelle antichità perdute. La torre, che non doveva essere dissimile da quella del castello di Trezzo, veniva utilizzata come prigione. Nel 1527 una mina la distrusse parzialmente. Già pochi decenni più tardi (1590) non rimaneva più nulla da depredare o da distruggere al suo interno.

Sul Lambro nei pressi di via Azzone Visconti rimangono ancora i ruderi del Castello Visconteo. Proprio in una strada vicino al corso del fiume viene rapita Lucia. Siamo nel capitolo XX de I promessi sposi quando Manzoni descrive la strada percorsa dalla giovane inviata dalla monaca di Monza con la scusa di una commissione da compiere fuori dal convento: “Passò inosservata la porta del chiostro, prese la strada, con gli occhi bassi, rasente al muro; trovò, con l’indicazioni avute e con le proprie rimembranze, la porta del borgo, n’uscì, andò tutta raccolta e un po’ tremante, per la strada maestra, arrivò in pochi momenti a quella che conduceva al convento, e la riconobbe. Quella strada era, ed è tutt’ora, affondata, a guisa d’un letto di fiume, tra due alte rive orlate di macchie, che vi formavan sopra una specie di volta”.

Percorrendo, invece, la via segnata dall’attuale corso Milano Renzo si separa da Lucia e si avvia verso Milano: “camminava Renzo da Monza verso Milano […]. La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive, fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia, divenivan rigagnoli, e in certe parti più basse, s’allagava tutta, che si sarebbe potuto andarci in barca”.

In ottobre 2023 ci sarà l’inaugurazione del percorso manzoniano monzese con sedici targhe commemorative in luoghi in cui Manzoni ha effettivamente ambientato gli eventi (di colore beige) o in vie solo evocate (di colore verde).

Per il turista che si reca a Monza la città offre non solo tante occasioni di cultura, di shopping, di cene nei numerosi ristoranti lungo il Lambro, ma anche la possibilità di rifocillarsi al fresco o di dedicarsi all’attività fisica nel Parco pubblico di Monza, divenuto da qualche anno sede del Parco letterario dedicato alla regina Margherita, amante dell’arte e della cultura, che promosse l’attività di artisti e di letterati. All’interno del Parco si trova la Villa Reale che i restauri condotti dal 2012 al 2014 hanno riportato all’antico splendore