«Per varietà di stili, nessuno dei quali prevale, Verona non ha pari tra le città italiane se si eccettua Roma» scriveva lo scrittore vicentino Guido Piovene (1907-1974).

L’Arena, il ponte di pietra risalente all’epoca romana, la basilica di San Zeno, la casa di Giulietta e Romeo del XIII secolo, Piazza delle Erbe, Castelvecchio, Piazza Bra’, il quartiere della cosiddetta Veronetta sono solo alcune delle tante testimonianze che documentano la bellezza dell’arte coltivata nella città in duemila anni di storia, senza interruzione, dalla fondazione nell’ansa dell’Adige nel I secolo a. C. all’epoca medioevale, dall’età rinascimentale fino a quella moderna. Proprio per questa continuità artistico-culturale il cuore della città è stato iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.

Due grandi geni del passato hanno immortalato Verona nei loro versi: Dante e Shakespeare. In Piazza dei Signori campeggia la statua di Dante (realizzata nel 1865 dallo scultore Ugo Zannoni) e si trovano le Arche scaligere, che ospitano le spoglie di importanti signori della famiglia dei della Scala, ghibellini che divennero signori della città nel 1277, senza ottenere un’ereditarietà automatica. Il primo a governarla fu Alberto che associò al potere il figlio Bartolomeo, signore dal 1301 fino alla morte (1304). Lo stemma di Bartolomeo della Scala presenta una scala con l’aquila imperiale, poiché il signore di Verona sposò una pronipote dell’imperatore Federico II. A lui succedette il fratello Alboino, che associò al potere il fratello minore Cangrande, morendo nel 1311.

Nel canto XVII del Paradiso il trisavolo di Dante, Cacciaguida, profetizza che Bartolomeo sarà così cortese con Dante che il poeta vedrà spesso rispondere ai suoi bisogni prima di averli espressi, proprio come in Paradiso i santi risolvono i suoi dubbi senza che lui li abbia esplicitati. Nella realtà dei fatti, Dante non verrà molto gratificato dal rapporto con questo signore. Il giudizio estremamente lusinghiero espresso dal sommo poeta è dovuto al fatto che quando Dante compone questi canti si trova nuovamente a Verona presso Cangrande della Scala, dal 1311 al 1329 signore unico di una città divenuta sempre più sfarzosa e rifugio per esuli illustri. Dante fu senz’ombra di dubbio il personaggio più celebre accolto alla corte.

La parola «magnificenza», qui riferita a Cangrande, compare anche nel saluto del poeta a Beatrice e, più tardi, nell’inno alla Vergine Maria. Come sempre, l’uso per tre volte di un termine crea un alone di sacralità, in questo caso intorno a quelle figure che sono andate in suo soccorso nei momenti di difficoltà: Maria, colei che ha visto per prima il suo smarrimento nella selva oscura, Beatrice, che l’ha guidato sulla Terra e in Cielo verso Dio, Cangrande che gli ha dato ospitalità al ritorno del poeta a Verona. Per questa ragione non mancano studiosi che associano la figura del veltro proprio a Cangrande (che ha nel nome proprio l’immagine del cane).

La basilica di San Zeno, di origine paleocristiana, giunta all’aspetto attuale in seguito ai lavori compiuti dal IX al XIV secolo, uno degli edifici religiosi più suggestivi della città, ha senz’altro colpito Dante offrendogli più volte spunti per la Commedia. Nel canto VII dell’Inferno Virgilio spiega a Dante la natura della Fortuna, che è rappresentata nel rosone della facciata della chiesa. I versi incisi spiegano: «En ego F[o] rtuna moderor mortalibus una./ Elevo, depono, bona cunctis vel mala dono./ Induo nudatos, denudo veste paratos;/ in m[e] confidit siquis, derisus abibit» (ovvero «Io, la Fortuna, da sola reggo i mortali. Elevo, tolgo, dono a tutti i beni e i mali. Vesto gli ignudi, spoglio chi è vestito; se qualcuno pone fiducia in me, se ne andrà deriso»). Alla basilica veronese Dante fa riferimento anche nel canto XVIII del Purgatorio nella quarta cornice degli accidiosi, tra i quali compare l’abate di San Zeno.

Dante ricorda Verona quando discorre delle miserie dell’Italia (Purgatorio VI) e con tono ironico chiede all’imperatore di venire in Italia a vedere quanto si amino «Montecchi e Cappelletti,/ Monaldi e Filippeschi». Ghibellini e filoimperiali, i Montecchi esercitarono il loro potere a Verona fino al 1291; guelfi e antimperiali, i Capuleti (o Cappelletti) erano in realtà di Cremona, in lotta con i Montecchi per il predominio della Lombardia. I versi danteschi verranno successivamente male interpretati e, spesso, le due famiglie appariranno come entrambe veronesi, in lotta tra loro. Il figlio di Dante, Pietro, chiarirà subito che i Capuleti erano di Cremona. Sarà, però, il novelliere Luigi da Porto a male interpretare i versi danteschi, scrivendo la Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti, una delle storie d’amore più famose e tormentate della letteratura, quella di Giulietta e Romeo, appartenenti a due famiglie della stessa città di Verona, in lotta tra loro per il potere. La vicenda sarà resa immortale dalla tragedia di Shakespeare, Romeo e Giulietta.

La casa di Giulietta e Romeo è uno dei luoghi più visitati di Verona: file interminabili permettono di accedere al balcone da cui Giulietta pronuncia i famosi versi: «O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all’amor mio, ed io non sarò più una Capuleti». Per continuare l’itinerario dedicato alla storia dei due amanti infelici si possono visitare a Verona anche la casa di Romeo, la tomba di Giulietta (in una cripta di un antico monastero di San Francesco al Corso), il busto bronzeo di Shakespeare, affiancato da un’epigrafe marmorea ove sono impressi i versi tratti da Romeo e Giulietta: «There is no world without Verona’s walls,/ but purgatory, torture, hell itself ,/ hence banished is banish’d from the world,/ and world’s exile is death» («Non esiste mondo fuor dalle mura di Verona;/ma solo Purgatorio, tortura, Inferno,/ chi è bandito di qui è bandito dal mondo/e l’esilio dal mondo è morte»).