Ne è ben cosciente Solov’ev che nel 1895 scriveva:

 

Fra tutti i popoli europei il primo che raggiunse un’autocoscienza nazionale fu l’Italia. I creatori dell’autentica grandezza dell’Italia erano senza dubbio veri patrioti e conferivano un valore altissimo alla propria patria[…]. Essi non ritenevano conforme a verità e bellezza affermare se stessi e la propria nazionalità, ma si affermavano direttamente nel vero e nel bello.[…] Le opere d’arte italiane glorificavano l’Italia perché sono pregevoli in se stesse, pregevoli per tutti.

 

Erede dello spirito della classicità greco-romana, il popolo italiano è diventato sempre più creativo nell’arte, nella letteratura, nelle opere sociali e caritative all’interno di quella grande eredità cristiana a cui si è ispirato durante i secoli. La grandezza dei pittori Cimabue e Giotto, delle tre corone fiorentine Dante, Petrarca, Boccaccio, di Machiavelli, di Guicciardini, di Ariosto e di Tasso, dei pittori Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Leonardo fino ad arrivare a quel Tiepolo che decorerà la residenza imperiale di Wurzburg nel Settecento o agli architetti italiani che contribuiranno in maniera considerevole alla realizzazione di san Pietroburgo ci narra di uno splendore che ha impressionato e influenzato tutto il mondo per secoli dal Duecento fino al Settecento. Italia è sempre stata sinonimo di letteratura, di cultura, di arte, di gastronomia, di musica sinfonica e operistica.

Napoleone può ben rubare i capolavori d’arte italiana nel 1796. Ma, come scrive Foscolo ne I sepolcri, gli stranieri ci possono depredare di tutto, ma non della «memoria». Questa è quella che contraddistingue l’anima di un popolo, la sua tradizione, la sua cultura. Noi italiani siamo i depositari di questa memoria, siamo orgogliosi di questa memoria. Solo in questa memoria possono risiedere la creatività e la giovinezza di un popolo come ricorda Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere:

 

Quando un popolo non ha più senso vitale del suo passato si spegne. La vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato. Si diventa creatori anche noi, quando si ha un passato. La giovinezza dei popoli è una ricca vecchiaia.

Il popolo italiano esisteva già prima che si facesse l’unità d’Italia. Il 17 marzo 1861 si è realizzata l’unità statuale dell’Italia, non certo quella nazionale. La nazione esisteva già. Aveva torto il D’Azeglio quando sosteneva che una volta fatta l’Italia si dovessero fare gli italiani, a meno che non intendesse che gli italiani dovessero essere modellati e plasmati secondo i valori  piemontesi che poco avevano a che fare con la millenaria cultura italiana.

Che cosa univa l’Italia in un unico popolo? Proprio quella fede e quella cultura cattolica che il neonato Regno d’Italia cercava in un certo modo di sradicare con provvedimenti spesso violenti.

Il Risorgimento ha senz’altro avuto come merito quello di portare l’indipendenza e l’unità all’Italia, valori che non possono essere messi in discussione. Col cardinale Biffi, ci chiediamo, però, come possa lo stato servire meglio la nazione, dato già preesistente. L’auspicio è che questo anniversario sia l’occasione per una riflessione seria sulla nostra tradizione e sulla grandezza di una cultura che è stata prolifica finché è stata radicata nella propria storia.