Nella puntata di sabato 6 giugno alle, ore 10, il prof. Giovanni Fighera approfondirà la crisi delle certezze nell’epoca contemporanea e si porrà la domanda: da dove si può ripartire?

La prima tappa per la rinascita è il desiderio di pienezza e di felicità connaturato all’uomo.

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Qualche breve conclusione sulla contemporaneità

La contemporaneità ha perso il senso della morte (completamente esorcizzata o massificata, perciò resa estranea a noi). La morte pubblica, collettiva, infatti, è presentata in forma impersonale e cinematografica, non ci tocca, perché pensiamo che non ci riguardi. La morte privata è, invece, rivendicata come diritto personale di scelta, da difendere contro ogni tentativo di tutela della vita debole e fragile. Sta trionfando la cultura della morte contro la cultura della vita.

La contemporaneità ha smarrito anche il senso della tradizione e dell’identità in nome del pluralismo e del multiculturalismo con la conseguenza che si rischia di far crescere le nuove generazioni senza un «padre», senza «una madre». Pensiamo che cosa significherebbe presentare ad un bimbo tante donne e fosse lui a dover scegliere tra queste la madre: impazzirebbe, probabilmente; certamente, crescerebbe nell’insicurezza e nell’instabilità affettiva.

Conseguenza di questo rifiuto del padre, della tradizione,  è l’odio per l’Occidente, per la nostra cultura, per il cristianesimo. La perdita del padre in senso figurato va di pari passo alla svalutazione della paternità nell’epoca contemporanea. Basti riflettere sulla confusione di ruoli, sull’assenza di distinzione tra figura paterna e materna diffusasi negli ultimi decenni, sulla perdita di riferimento dell’autorevolezza del padre, sempre più presentato come valida alternativa alla mamma nelle risposte biologiche da fornire al neonato: il padre è, spesso, diventato il «mammo». Perciò

 

c’è nostalgia di un padre più coraggioso, […] più coraggioso negli affetti, e in particolare, in quello verso i figli. Un padre, insomma, che non abbia paura di fare il suo mestiere. Questo padre però […] oggi è assente. Innanzitutto perché di solito non ha avuto, a sua volta, un padre che gli insegnasse ad essere tale. Poi perché, comunque, la società secolarizzata del divorzio facile, e dell’aborto praticabile senza neppure interpellare il padre, non gli lascia grandi spazi per esprimersi […]. Anzi in genere questo padre, già insicuro perché nessuno gli ha insegnato come si fa ad esserlo, viene caldamente pregato, dalla cultura sociale dominante, di tacere sui sentimenti e sulle decisioni che contano per i figli. Parli pure di soldi, organizzi senz’altro un buon livello di vita per la famiglia, ma quanto al resto, per cortesia, taccia.

 

La figura del padre è, perciò, la grande assente nella cultura contemporanea.

 

Quest’assenza, tuttavia, è inaccettabile. La figura del padre è, infatti, costitutiva della creazione, della vita, e del suo sviluppo. Senza una significativa presenza paterna l’organismo vitale tende a indebolirsi, e a perdere interesse alla stessa esistenza. Tutto l’umano assume una forma definita, e acquista il suo dinamismo, nel segno del padre, che lo genera. Così come acquista tranquillità e sicurezza affettiva nell’esperienza della madre positiva, che lo accoglie.

 

Proprio per questo motivo, a detta di Berdjaev, la contemporaneità si caratterizza per il grande spreco di energie spirituali, che induce ad un impoverimento dell’uomo, della sua capacità produttiva e della sua fecondità artistica.

 

 

Sentiamo come Pasolini in un articolo di giornale, che sarebbe stato poi raccolto in Scritti corsari, descrive il centralismo odierno del potere che mira a soffocare l’umano e ogni forma di desiderio autentico:

 

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la «tolleranza» della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana […]. Il Centro […] ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza.

 

Sono stati imposti nuovi modelli. Il sistema non vuole più solo creare un «uomo che consuma», ma «pretende che non siano concepite altre ideologie che quella del consumo». La religione, afferma Pasolini, è l’unico fenomeno che può essere concorrente e opporsi all’«edonismo di massa».

 

Come concorrente il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. […] Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).

 

Come non si cede alla società che insinua falsi bisogni e che riduce la grande domanda che alberga in noi? Come non accontentarsi e non ridursi ad una borghesizzazione della vita, ad una riduzione dell’umano, ad un perbenismo benpensante che non si aspetta più nulla dalla vita? Come ci si può opporre  a questo sistema fagocitante? Come ripartire dal desiderio autentico del cuore?