Facciamo una breve sintesi.

Nella prima parte abbiamo cercato di sorprendere le caratteristiche del mondo contemporaneo e di una cultura che sembra sempre più congiurare a nascondere o a censurare la natura più propriamente umana.

Nella seconda parte abbiamo evidenziato il cammino dell’uomo nella storia e l’evoluzione della sua consapevolezza di essere creatura a immagine e somiglianza di Dio, il mutamento del rapporto di appartenenza dell’uomo al proprio popolo, alla propria tradizione. Nell’epoca moderna la crisi dell’appartenenza e l’intensificarsi dell’individualismo hanno portato da un lato ad una percezione sempre più diffusa della solitudine, dall’altro alla dimenticanza della tradizione e della cultura. Da dove può nascere la speranza?

Nella terza parte l’attenzione si è spostata sull’uomo e sulla sua natura, sullo stupore e sul desiderio che desta la realtà, se guardata con occhio limpido e scevro da pregiudizi. Allora l’uomo si sorprende bambino, bisognoso di un abbraccio e di qualcuno che lo possa perdonare e salvare. Solo i malati hanno bisogno del medico, ovvero solo l’uomo che chiede di essere sanato e salvato può davvero incontrare la salvezza. L’uomo ha bisogno di porsi la domanda sul proprio destino con la speranza che qualcuno possa dare risposta alla propria inquietudine. Non si può censurare la natura

 

di questo essere enigmatico che racchiude in sé la nostra esistenza per natura gioconda, ma oltre natura misera e dolorosa. È ben comprensibile che il suo mistero formi l’alfa e l’omega di tutti i nostri discorsi e di tutte le nostre domande, dia fuoco e tensione a ogni nostra parola, urgenza a ogni nostro problema (Giuseppe e i suoi fratelli).

 

Così lo scrittore tedesco Thomas Mann (1875-1955) descrive il mistero dell’uomo. Eppure, la cultura in cui viviamo tende ad obnubilare questa tensione dell’uomo a capirsi e a trovare una risposta.

LA SPERANZA E’ IN UN NUOVO UMANESIMO

Per la prima volta dopo duemila anni, come scrive già C. Peguy (1873-1914) nell’Ottocento, si nasce oggi in un ambiente che non è più cristiano. Si è voluto realizzare l’uomo nuovo senza Dio, si è proposto un umanesimo che ponesse l’uomo sul piedistallo al posto di Dio. Non che quest’ultimo sia stato apertamente negato, ma è stato confinato nell’ambito del privato. Il grande filosofo russo contemporaneo N. A. Berdjaev (1874-1948) si è espresso al riguardo:

L’affermazione dell’individualità umana presuppone l’universalismo; lo dimostrano tutti i risultati della cultura e della storia moderna nella scienza, nella filosofia, nell’arte, nella morale, nello stato, nella vita economica, nella tecnica, lo dimostrano e lo provano con l’esperienza. È provato e dimostrato che l’ateismo umanistico porta all’autonegazione dell’umanesimo, alla degenerazione dell’umanesimo in antiumanesimo, al passaggio della libertà in costrizione. Così finisce la storia moderna e incomincia una storia diversa che io per analogia ho chiamato nuovo Medioevo. In essa l’uomo deve di nuovo legarsi per raccogliersi, deve sottomettersi al supremo per non perdersi definitivamente.

 

Quale umanesimo è, dunque, oggi ancora possibile? Un umanesimo che riscopra l’uomo nella riscoperta di un Padre, Dio, che si è rivelato come amore, che si riappropri della legge morale universale nel coraggio di guardare di nuovo alla ragione umana. La legge naturale è «partecipazione alla legge eterna», secondo san Tommaso. Per questo

 

agire contro la ragione è contrario alla natura di Dio, di cui la legge della ragione è la partecipazione propria dell’uomo. Agire contro la ragione è agire contro Dio. Non nel senso che Dio ci dona la sua legge alla maniera di un legislatore esterno. Egli promulga a noi la sua legge semplicemente perché ci ha donato la ragione.

 

E ancora

nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale.

 

La conferenza di Ratisbona di Papa Benedetto XVI

 

è stata un grido profetico, un grande avvertimento […], perché l’uomo cammini senza zoppicare appoggiandosi sulla fede e la ragione. Diversamente dovremmo accontentarci di una ragione che non domanda, e di una fede che non risponde.

 

Il Papa Benedetto XVI propone  un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza.

 

 Benedetto XVI, Incontro con i rappresentanti della scienza. Aula Magna dell’Università di Regensburg 12 settembre 2007, citato da A. Scola, «Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio» in «Divus Thomas», cit., p. 212.

 

Già san Paolo con il suo richiamo «Vagliate tutto, trattenete quello che è buono!» ci propone una ragione aperta a tutto, che dialoga con tutti, che non misura, ma si spalanca al vero e al bene.

 

Ragione e fede

La ragione spalancata e non ridotta arriva a cogliere che l’uomo non può capire tutto il Mistero della realtà. Si protende così a percepire l’inadeguatezza della condizione umana di fronte all’infinito, a capire il limite nella conoscenza e la necessità che sia il Mistero a rivelarsi. Ragione e fede sono comunicanti e in continuo dialogo. La storia stessa della cultura e dell’evoluzione tecnico-scientifica è fondata sul metodo della fede, sulla fiducia tributata a testimoni credibili. Senza la fede ogni uomo dovrebbe ripercorrere ogni passaggio compiuto nella storia dell’umanità sia nel campo culturale che tecnologico – scientifico. Non esisterebbero, quindi, progressi e cambiamenti.

La fede nell’ambito religioso è della stessa natura di quella propria dell’ambito umano e culturale: è una fiducia conferita a testimoni del fatto cristiano in ogni tempo. L’avventura della fede cristiana è iniziata duemila anni fa e continua ancora oggi. Già quattro secoli prima di Cristo Platone esprime la necessità che il Mistero si riveli nel celebre racconto della zattera nel Fedone. La ragione dell’uomo coglie al suo vertice che nella vita dell’uomo, per dirla con Montale, «un imprevisto è la sola speranza».  L’augurio è che ci si imbatta, camminando «fra cotanto dolore/ Quanto all’umana età propose il fato», in qualcosa di nuovo, così bello da ridestare il nostro cuore, così presente da permettere di mantenere desta la nostra esigenza umana, così amichevole da farci compagnia. La ragione si spalanca, quindi, alla categoria della possibilità e dell’imprevisto. Qui sta la differenza tra la ragione nel pieno della sua potenzialità e il razionalismo contemporaneo, che preclude, non ammette, non domanda, ma riconosce solo le risposte che riesce a formulare.

Questa differenza tra uso corretto della ragione e abuso della stessa che sfocia nel razionalismo connota tutto lo sviluppo del pensiero. Oggi, come all’epoca di Gesù, si può rimanere aperti alla possibilità del miracolo e della rivelazione o negarla aprioristicamente