Ma è davvero apprezzato? Davvero è capito? Il pubblico apprezza la recita istrionica di un  attore come Benigni o capisce che bisogna intraprendere il viaggio che Dante propone? Non esultiamo troppo per il fatto che Dante è in prima serata. Si corre il rischio di esaltare Benigni e non capire Dante. La Commedia deve ritornare ad essere applaudita per quel che è, non ridotta. Dante deve ritornare ad essere amato e studiato nelle scuole e nelle università, proprio là dove è stato esiliato negli ultimi decenni. La Commedia parla dell’uomo, della vita, e lo fa con la potenza e la capacità di comunicazione del genio proprio del suo autore. Se tutti sono colpiti dalle parole cortesi di Francesca, dalla forza d’animo di Farinata e dal suo desiderio di «ben far», dall’ardore di conoscenza di Ulisse è perché il poeta racconta storie che testimoniano il cuore dell’uomo di ogni tempo.  La Commedia ci spalanca una finestra sulla vita e sull’uomo di oggi, come del passato. Avvertiamo una comunione universale tra noi moderni e gli antichi, tra la nostra e la loro aspirazione alla salvezza, alla felicità e all’eternità. Ci accorgiamo che l’antico Dante sa esprimerci meglio di quanto sappiamo fare noi, così come il maestro Virgilio nel viaggio sa intendere il discepolo meglio di quanto questi sappia fare.

 

Farideh Mahdavi-Damghani, che ha tradotto in persiano La vita nova e la Divina Commedia, ha detto: «La gente in Persia non conosceva Ravenna, non sapeva che è la città in cui è sepolto Dante, ma vedendo tutto quello che io amo fare per questa città, leggendo le mie traduzioni, il pubblico persiano ora conosce Ravenna. C’è questo paradosso: siamo lontani dal punto di vista culturale, ma nello stesso tempo siamo molto vicini: le credenze sulla famiglia, sull’emotività, sull’amore per la poesia e la letteratura, cose primordiali che forse per altri paesi hanno minore importanza, sono molto simili in Italia e in Persia. Quindi si può dire che gli italiani somigliano ai persiani». Questa è la ragione della speranza dell’uomo di oggi. Il fatto che noi tutti abbiamo un cuore che può palpitare di fronte alla bellezza, alla verità e all’amore, un cuore che non ci inganna. Dobbiamo avere il coraggio di confrontare tutto con questo cuore. Chi legge la Commedia col cuore non può che percepire come essa parla di lui, della sua aspirazione ad una vita piena, alla felicità e alla salvezza. Consigliamo a tutti di intraprendere il viaggio con Dante, di iniziare a guardare la profondità del proprio animo, la nostra capacità di male.

«Dante è un amico contemporaneo», dice Benigni, nel commento del canto XV dell’Inferno, trasmesso ieri sera su Raidue. L’attore si concentra sullo spirito di osservazione della realtà che Dante dimostra. Se la realtà è più ricca di ogni pensiero umano, sarà anche sorgente di ispirazione per ogni discorso o fatto artistico. Tutta l’arte e l’ispirazione dantesche nascono da questa acuta capacità di osservazione dell’umano sentire, delle passioni, delle gioie e delle sofferenze. Davvero a Dante si addicono le parole dell’antico latino Terenzio: «Sono uomo, nulla di ciò che è umano reputo a me estraneo». Non c’è aspetto che venga bandito, non c’è vizio o debolezza che non meritino ospitalità nella sua produzione quali espressioni di quest’essere miserabile, ma, nel contempo, grandioso che è l’uomo. Dante è ben conscio che qualsiasi espressione artistica, anche quella che riguarda il mondo soprannaturale, per eccellenza il luogo non rappresentabile, debba rifarsi al reale. Quando ci deve rappresentare gli argini che delimitano l’orribile sabbione del girone dei sodomiti nel cerchio VII dell’Inferno, il cerchio dei violenti, Dante richiama al lettore la visione degli argini costruiti da mani umane: «Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,/ temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,/ fanno lo schermo perché ’l mar s’avventa,/ e quali Padoan lungo la Brenta,/ per difender lor ville e lor castelli,/ anzi che Carentana il caldo senta:/ a tale imagine eran fatti quelli,/ tutto che né sì alti né sì grossi,/ qual che si fosse, lo maestro félli».

«Dante divide l’atto dal peccatore come vuole l’etica cristiana» continua Benigni. Dante prova una gratitudine immensa, una riverenza e una tenerezza per il suo maestro che gli ha insegnato «come l’uom s’etterna». Nel contempo pone il suo maestro tra i sodomiti, nel settimo cerchio, tra i violenti contro natura. Il cuore del canto è costituito dalle parole che il discepolo Dante rivolge al maestro Brunetto: «Se fosse tutto pieno il mio dimando»,/ rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora/ de l’umana natura posto in bando;/ ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora,/ la cara e buona imagine paterna/ di voi quando nel mondo ad ora ad ora/ m’insegnavate come l’uom s’etterna:/ e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo/ convien che ne la mia lingua si scerna». Dante ha scelto l’eternità del Cielo, oltre che quella della fama terrena, Brunetto si è fermato alla fama terrena. «Per salvarsi bisogna passare per la fogna dell’umano» (Benigni) e attraversare i meandri più oscuri del proprio male, ma anche, però, far tesoro di quanto ci viene insegnato («Bene ascolta chi la nota»).

Ad un certo punto, nel commento del canto XV dell’Inferno, Benigni incorre nell’errore di leggere l’opera di Dante secondo il pensiero debole contemporaneo. L’attore afferma che Dante non condanna in sé la sodomia, ma la «violenza di cui parla Dante sta nel fatto che sono gente di Chiesa. […] La violenza sta nell’intimidazione, in un sopruso morale su dei ragazzi che venivano conquistati in maniera più violenta. La violenza non è nell’essere omosessuale in sé», ma nell’usare le proprie facoltà intellettive per conquistare persone più giovani. Mi sembrano troppe parole per spiegare il peccato di Brunetto Latini e per nascondere la semplicità del giudizio di Dante secondo il quale la sodomia è contro natura. Non si può concordare con questa lettura di Benigni che mi ha destato l’impressione di non voler sollevare polemiche e di accondiscendere, invece, al relativismo etico odierno, che certo non è di Dante e della sua epoca. (pubblicato su Ilsussidiario.net del 28-3-2013)