Oggi è proprio l’epoca della moda o, forse, è meglio dire delle mode. Anche la pedagogia ne è stata invasa. Sembra che ogni due lustri debba mutare il metodo di insegnamento ovvero la strada che l’insegnante utilizza perché l’alunno possa essere catturato dalla disciplina e possa apprendere. Siamo davvero convinti che la pedagogia muti con il mutare delle circostanze storiche con tempi così rapidi? Attenzione, non intendo certo negare l’utilità di strumenti informatici, di new media o di tutti quegli strumenti che la tecnica offre, in sempre maggiore abbondanza. Sto parlando della sostanza della pedagogia, del rapporto tra insegnante e alunno, dei fondamenti che permettono l’apprendimento e la crescita. Siamo davvero convinti che mutino nel tempo? L’uomo cambia nel tempo nella sua dinamica di apprendimento? Si fa un gran parlare oggi di aspetti del mondo scolastico che non sono il fondamento dell’apprendimento. L’uso del tablet, del digitale, della strumentazione informatica vengono proposti come panacea alla situazione di disamore allo studio e alla crisi sempre più ampia che pervade il mondo dei giovani tanto che una norma contenuta nel decreto (varato a marzo del 2013) voluto dall’ex ministro dell’Istruzione Francesco Profumo prevedeva di mandare in soffitta i libri cartacei dall’anno scolastico 2014-2015. Dopo la reazione degli editori, a metà luglio dell’anno scorso, la ministra dell’Istruzione Carrozza ha comunicato loro che il Ministero avrebbe fermato tutto: «L’accelerazione impressa all’introduzione dei libri digitali è stata eccessiva, voglio prendere in mano la questione ed esaminarla a fondo».

Forse con le nuove tecnologie i ragazzi saranno più attirati verso la studio e la lettura? Qualcuno conosce per caso quali potrebbero essere le conseguenze dell’abolizione totale del libro cartaceo sulla psiche, sull’apprendimento e sulla crescita culturale dello studente? Perché l’introduzione del digitale, dei tablet, del computer dovrebbe rimpiazzare completamente e in maniera così rapida libri e quaderni?

Ecco che allora avanza la scuola delle competenze e del digitale. Una scuola finalmente all’avanguardia, al passo coi tempi e soprattutto e con l’Europa. Non pochi sono gli interrogativi che mi sorgono di fronte a questi cambiamenti. Molte sono le perplessità, che mi limito ora solo ad accennare. L’attenzione sull’acquisizione delle competenze, richiesta dall’Unione europea, rischia di mettere in secondo piano l’aspetto culturale a vantaggio della competenza stessa. Sappiamo bene che le competenze non possono essere distinte dalla cultura. Per usare le espressioni che vanno di moda oggi conoscenze, abilità e competenze sono in realtà strettamente collegate e non possono essere valutate in maniera completamente autonoma tra loro. Possiamo pensare, forse, che qualsiasi mezzo sia utile al fine di acquisire alcune competenze? Ad esempio, nel caso di quelle linguistiche, possiamo pensare che si possano acquisire in egual misura leggendo Moccia o Dante? Se gli esperti ci dicessero che è sufficiente la lettura di qualsiasi romanzo  per imparare a leggere e a scrivere in maniera efficace potremmo sostituire i Promessi sposi con Fabio Volo?