La musica di Claudio Abbado è finita questa mattina, nella sua casa di Bologna. Si è infatti spento a 80 anni dopo aver ingaggiato un dura e lunga battaglia contro la malattia, iniziata nel 2001. Era ormai divorato nel fisico – uno scheletro dopo che i medici gli avevano tolto metà stomaco – ma non minato nell’animo. Gli ultimi suoi anni sono stati come la musica di Gustav Mahler, il compositore forse a lui più congeniale, di certo il più riuscito: una lenta agonia ma pervasa da una speranza soprannaturale. «Ho avuto questa mazzata – svelò in un’intervista – e l’ho superata affrontando un’operazione molto difficile che mi ha costretto a rallentare i ritmi di lavoro e a far chiarezza in me stesso. Credo di essere riuscito a trasformare la malattia in qualcosa di positivo. Adesso è come se avessi incominciato un’altra vita».

Abbado, milanese, leva del ’33, era figlio d’arte: sia il padre che la madre erano infatti musicisti. Studia presso il conservatorio meneghino – ma una volta confessò che nei primissimi anni della sua fanciullezza avrebbe preferito giocare a pallone con il suo amico Guido Crepax – e si diploma in composizione, direzione d’orchestra e pianoforte. Erano gli anni della guerra. Un giorno uscendo dal conservatorio e in estasi per la musica del Bela Bartok scrisse su un muro: “W Bartok”. «Qualcuno della Gestapo con scarse conoscenze musicali – raccontò una volta il maestro ad un giornalista  –  andò in portineria a chiedere informazioni sull’autore di quelle scritte. Sospettava che Bartok fosse un partigiano. Salì in casa mia e io gli spiegai la questione, facendogli vedere a riprova gli spartiti».

Si narra che il suo sogno fosse di diventare pianista, non direttore d’orchestra, ma l’incontro di pianisti del calibro di Martha Agherich e Friedrich Gulda, mostri sacri della tastiera, lo gettò nello sconforto più nero. E così decise di “ripiegare” per la direzione d’orchestra, disciplina che perfezionò a Vienna. Per carpire i segreti della bacchetta riuscì a farsi ammettere nel coro della Gesellschaft der Musikfreunde, complesso vocale diretto dai più grandi musicisti dell’epoca.