fighera_che_cos____mai_l__uomo__perch__di_lui_ti_ricordiPubblichiamo l’invito alla lettura di Gianfranco Lauretano di Che cos’è mai l’uomo, perché di lui ti ricordi? L’io, la crisi, la speranza (edizioni Ares) di Giovanni Fighera


Questo libro di Giovanni Fighera è un percorso preciso e documentato, passo a passo, su una questione che l’autore ritiene fondamentale: senza il Mistero, il mondo è più piccolo e assurdo, soprattutto la parte più interessante del mondo, cioè l’io, la persona. È proprio questo il punto di partenza con cui inizia la meticolosissima indagine di Fighera: riportando alcuni dati antropologici incontestabili, l’autore definisce i punti salienti del «disagio dell’io», il primo dei quali è la situazione di diffusa incertezza esistenziale che viviamo:

Spenti tutti i lanternoni del passato, l’epoca contemporanea assiste all’accensione di un nuovo lanternone culturale che nega l’esistenza di qualsiasi verità assoluta, privilegia una finta tolleranza in nome di un presunto multiculturalismo, si rivolge all’esperto in ogni campo, una volta che tutte le figure di riferimento del passato sono cadute. Persa di vista l’unità del sapere e il senso complessivo della cultura, si assiste ad una parcellizzazione delle discipline che non sono più riconducibili ad un unicum, che non riescono a dialogare tra loro.

Spenta la lanterna della verità assoluta, l’uomo vive una stagione di apparente leggerezza che è come il sipario dietro cui si cela una «gaia disperazione», ossimoro assai centrato per esprimere quel misto di leggerezza e debolezza che è non solo il nocciolo del pensiero filosofico contemporaneo (ma l’autore avverte che la filosofia che impronta la mentalità di oggi passa preferibilmente attraverso i media di massa piuttosto che la scuola o le istituzioni tradizionalmente deputate alla cultura) ma la stoffa della stessa esistenza quotidiana di gran parte dei contemporanei. Il modello è quello virtuale dei divi, non dei maestri; neppure più dell’eroe antico, oggi palesemente ritenuto impossibile per la comprovata discrepanza tra azione e ideale.
Da qui deriva anche la percezione della realtà come carcere. Procedendo nella sua analisi che calibra in modo bilanciato descrizione del mondo e citazione di esempi tratti dalla storia dell’arte e del pensiero, l’autore ci ricorda che

tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, tre artisti, Pirandello, Van Gogh, Munch, anticipano in diverse arti quella percezione di crisi dell’uomo che caratterizzerà gran parte dei decenni successivi. Un uomo che è inerte, angosciato o addirittura paralizzato.

Ancora una volta, seguendo una precisa logica, siamo introdotti ad un elemento descrittivo della situazione d’oggi, che risulta centrale nel libro: il dramma della solitudine contemporanea. L’uomo ha sì desiderio di comunicare, ma, avendo negato a se stesso ogni verità, cosa c’è più da dire?