Muore il 7 agosto 1941, già ottantenne, Tagore, inglesizzazione del nome indiano Rabìndranàth Thàkhur. Tagore ha avuto modo di conoscere e di apprezzare la cultura occidentale negli anni di studio e di soggiorno in Inghilterra e a contatto con gli inglesi sul territorio indiano. Mistico, poeta, musicista, artista versatile e capace di cimentarsi nelle più differenti arti dando prova di estrema creatività fin dall’età adolescenziale, consegue nel 1913 il Premio Nobel della letteratura per “la profonda sensibilità, per la freschezza e bellezza dei versi che, con consumata capacità, riesce a rendere nella sua poeticità, espressa attraverso il suo linguaggio inglese, parte della letteratura dell’Ovest”. Il riconoscimento è prova che le sue opere, assai apprezzate in Occidente, in un certo modo sanno parlare al cuore dell’uomo orientale come di quello occidentale, sono, perciò, universali. Nella vastità della sua produzione, che è impossibile qui menzionare anche solo per cenni, colpisce come in mezzo al dolore e alla sofferenza sperimentati tante volte in vita, soprattutto a seguito dei lutti familiari, dalla perdita della giovane moglie a soli ventinove anni alla scomparsa prematura di due figli, brilli sempre come sorgente di speranza l’amore, presenza costante della vita, che il poeta invoca come in tono di preghiera perchè non lo abbandoni: “Non lasciarmi, non andartene, /perché scende la notte./La strada è deserta e buia,/si perde tortuosa. La terra stanca/ è tranquilla, come un cieco senza bastone./ Sembra che io abbia aspettato nel tempo/ questo momento con te/ così accendo la lampada/dopo averti donato fiori./ Con il mio amore ho raggiunto stasera/ il limite del mare senza spiaggia,/per nuotarci dentro e perdermi in eterno”.