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Amor che move il sole e l’altre stelle. L’uomo, l’amore, l’Infinito 03.09.2022

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Per gli antichi Greci e Romani le divinità erano inaffidabili e capricciose, potevano mantenere la parola data, ma potevano anche mentire e tradire. Le offerte sacrificali non erano garanzia certa di ottenimento delle richieste. Gli dei greci e romani erano pieni di limiti e di difetti, di passioni e di sentimenti, proprio come gli uomini. Non possedevano un potere infinito, non erano onnipotenti. Erano spesso capricciosi e potevano intervenire nelle azioni umane per soddisfare propri desideri. Anche gli dei come gli uomini erano sottoposti alla «Moira», cioè alla parte/ruolo/mansione che era stata loro assegnata dal destino. Non esisteva per gli antichi il concetto di libertà che conosciamo noi oggi. Pensiamo al mito di Edipo. Il re di Tebe, Laio, era venuto a conoscenza dall’oracolo di Delfi che la sterilità della moglie Giocasta era per lui una benedizione, perché il figlio nato lo avrebbe ucciso e avrebbe sposato la  madre. Per impedire ciò Laio ripudia la moglie, che riesce comunque a giacere con lui, dopo averlo ubriacato. Nato da quel rapporto e cresciuto presso la corte del re di Corinto, Edipo un giorno viene a conoscenza dall’oracolo di Delfi che ucciderà il padre e sposerà la madre. Per questo agisce in modo da scongiurare questa profezia. Tutte le sue azioni e i suoi tentativi di ostacolare il destino lo porteranno, invece, a commettere quel barbaro parricidio e a compiere inconsapevolmente l’incesto. Lo scoprirà, però, solo dopo. Qual è la sua responsabilità di fronte a questo fato malvagio e avverso? Qual è la sua libertà di fronte alla scelta?

 

Proprio nel fare il bene […] Edipo si è perduto […]. Il male si cela sotto le apparenze del bene. Sofocle (tragediografo che ha scritto la famosa trilogia dedicata al personaggio) ha spinto il paradosso all’estremo, dando a Edipo un carattere genersoso, ardente. L’ardore stesso del suo attaccamento al bene lo precipiterà ancora più in basso[1].

 

L’uomo antico non ha conosciuto il nostro senso di libertà e, di conseguenza, il nostro senso del peccato. Cristo ha fatto conoscere all’uomo la sua grande libertà. Per gli antichi il peccato peggiore degli uomini è volere contrastare i confini che il destino aveva loro assegnato. Per i Greci in questo consiste il peccato di hybris, cioè di eccesso e sfrontatezza nei confronti degli dei, quando «l’uomo, troppo favorito dalla sorte, spinge i suoi desideri un po’ troppo lontani». Sembra quasi che gli dei aspettino questo momento di dimenticanza quasi con «sardonica gioia» e che «temano che l’uomo si riprenda». Quanti uomini  sono stati puniti per questo motivo! Pensiamo alla figura di Prometeo che ha rubato agli dei il fuoco, simbolo della conoscenza. A Prometeo, legato ad una roccia, verrà mangiato il fegato dagli uccelli per l’eternità.

Accomunati da debolezze e «Moira», uomini e dei hanno, però, un destino diverso: mortali i primi, immortali gli ultimi. Questa uQQè la condizione umana  nelle parole del poeta greco  Mimnermo:

 

Noi, come le foglie nate in primavera ricca di fiori, che crescono rapide sotto i raggi del sole, così, simili ad esse, per breve tempo godiamo i fiori di giovinezza, senza sapere nulla né di buono né di cattivo dagli dei. Ma ci stanno accanto le nere Parche: l’una possiede il termine della vecchiaia penosa, l’altra di morte: un attimo dura il frutto della giovinezza, quanto il sole si sparge sopra la terra. E quando passa il tempo di questa stagione, allora davvero è meglio essere morti che vivi.

Se gli dei sono capricciosi, l’uomo deve almeno cercare di propiziarseli attraverso i sacrifici, anche umani. Pensiamo alla figura di Ifigenia, oggetto di tanta letteratura. L’indovino Calcante rivela che solo il sacrificio della figlia del re Agamennone può accattivarsi il favore della dea Artemide e far sì che i venti riprendano a spirare. Col pretesto di un matrimonio con Achille (inganno suggerito da Ulisse) la ragazza è condotta in Aulide, dove in breve tempo lo sgomento e il terrore si tramutano  nella consapevolezza che il sacrificio è necessario per la spedizione contro Troia. Nel finale dell’Ifigenia in Aulide di Euripide la dea Artemide muterà consiglio e invierà una cerva che sarà sacrificata al posto della ragazza, che finirà, invece, nel consesso degli dei.

Dei cattivi e uomini eroici

Ifigenia doveva morire per placare le ire degli dei, per ottenere il loro favore. Dagli antichi le forze oscure della natura erano percepite come reazioni degli dei all’azione umana. Un senso di terrore e di sgomento riempiva l’animo dell’uomo e i sacrifici miravano a lenire la collera degli dei, a renderli più favorevoli. Anche la religiosità romana intendeva creare questo legame con il mondo degli dei (religio deriva da religare, ovvero creare un legame). Auguri e aruspici dalle viscere degli animali o dal volo degli uccelli valutavano se i giorni fossero fasti o nefasti, ovvero se ci fosse il consenso degli dei oppure no nelle azioni intraprese. Abbiamo detto prima che Edipo non era responsabile delle azioni scellerate compiute. Se non era responsabile l’uomo, chi era il colpevole, allora?