L’altra sera sono stato invitato ad un incontro di orientamento per le famiglie e per gli studenti di terza media che si devono iscrivere alle scuole superiori. L’esperto di orientamento che ha condotto la serata ha parlato delle differenze tra Liceo, Istituto tecnico e Istituto professionale, dedicando la maggior parte del suo tempo al numero delle ore di lezione e alle materie insegnate. I Presidi e i referenti per l’orientamento di ogni scuola del territorio non sono stati invitati a parlare, come se non fosse interessante per ragazzi e genitori scoprire l’esperienza concreta e reale di ogni singola scuola. Inutile dire che si leggeva sulle facce di molti l’insoddisfazione. Chi aveva progettato la serata e chi stava parlando davvero partiva dall’esigenza di chi aveva davanti? Davvero parlava all’uditorio come se fosse suo figlio di fronte alla scelta della scuola superiore? Prima che finisse la serata sono intervenuto richiamando i ragazzi a quanto fosse importante e bella la scelta che loro avrebbero compiuto, che la scuola non era un carcere in cui si rimaneva un certo numero di ore, ma doveva essere un luogo e un punto di riferimento per i ragazzi, in cui l’io del ragazzo e dell’insegnante si sentisse fiorire, crescere, germogliare nel desiderio di poter scoprire i propri talenti e di metterli al servizio di tutti. Allora ho raccontato in breve quale fosse l’esperienza che vivevo nella nostra scuola. A questo punto il moderatore ha dato la parola anche agli altri referenti delle scuole perché parlassero in breve della propria realtà scolastica. Questo è un esempio lampante di come spesso, anche in iniziative come queste, non si parta dall’uomo, dalle sue esigenze e dai suoi bisogni. L’uomo è come incapace di partire da sé, dalla sua esperienza, dalle evidenze fondamentali, è come se fosse alienato, cioè fuori da sé, come dimostra quest’altro esempio.

Qualche tempo fa, in una lezione in un’università italiana, un professore di filosofia sosteneva di fronte agli studenti che un atteggiamento serio avrebbe dovuto indurli a dubitare che lui stesso stesse parlando e che quella fosse una cattedra. Una studentessa ha allora alzato la mano per controbattere tali disquisizioni, sostenendo che la conseguenza più ragionevole di tale impostazione del problema sarebbe stata uscire dall’aula, dal momento che nessuno era certo che in quel momento si stesse tenendo una lezione di filosofia. Una tale impostazione negava anche l’evidenza stessa della realtà, ma negava anche l’esigenza prima che ha l’uomo, ossia sapere la verità. Quando io racconto una storia alle mie figlie, queste mi chiedono se sia vera oppure no.

Siamo nell’epoca in cui ogni affermazione sull’esistenza della  verità viene tacciata di “fondamentalismo religioso” o di “conservatorismo culturale”, di “anacronistico atteggiamento” non al passo con i tempi. Ebbene, in quest’epoca in cui le persone cercano le risposte alle loro domande solo dagli esperti, che possano infondere serenità per le loro inquietudini, tutti si improvvisano esperti, tutti pensano di poter giudicare tutto e di poter dire la propria verità su tutto. Ciò che è importante è che nessuno osi  parlare di verità. Ognuno può esprimere la sua opinione. Tutte le opinioni sono importanti allo stesso modo secondo l’espressione che, spesso, ricorre nei discorsi “io sono del mio parere, tu del tuo”.