La prima prova dell’Esame di Stato ha portato all’attenzione degli studenti due grandi classici della letteratura italiana: Verga e Pascoli. Se è vero che entrambi i letterati morirono nel Novecento (Verga nel 1922, Pascoli nel 1912), è altresì vero che Verga può considerarsi autore di pieno Ottocento (la sua produzione si conclude, per lo più, salvo poche trasposizioni teatrali, con gli anni Ottanta e con il Ciclo dei vinti, incompiuto) mentre Pascoli è un poeta di passaggio tra il secolo XIX e il XX.

La poesia di Pascoli proposta per l’analisi, La via ferrata, appartiene alla raccolta Myricae pubblicata nel 1891, che considero la silloge poetica più importante dell’Ottocento, dopo i Canti di Leopardi. La lirica, basata sulla compresenza di una natura buona e di un progresso più inquietante e pericoloso, apre alla riflessione sulla possibilità di esprimere sentimenti e stati d’animo attraverso i paesaggi e i luoghi descritti.

Per Verga si è offerto un brano dal bozzetto siciliano Nedda (1874) che vede come protagonista una raccoglitrice di olive, che perde l’amato e la figlia. Lo sguardo dell’autore si concentra nell’opera sulle classi sociali più basse (non più su quelle borghesi), ma il metodo di racconto non è ancora verista e impersonale. Lo sarà solo a partire dalle novelle raccolte poi in Vita dei campi (1880). Gli anni Ottanta saranno il decennio dell’esplosione del verismo in Italia. Il movimento avrà, però, vita breve. Nel 1889, infatti, anno in cui viene pubblicato il secondo romanzo del ciclo dei vinti Mastro don Gesualdo, esce anche Il piacere, romanzo del ventiseienne Gabriele D’Annunzio che conseguirà un successo tale che avvierà il movimento dell’Estetismo anche in Italia, favorendo una sensibilità nuova, di stampo decadente, nettamente contrapposta al paradigma culturale positivista.

La parte Interpretazione della prova su Verga invitava a riflettere sugli ultimi e sui vinti nella letteratura e nelle arti nel XIX secolo. Lo scrittore siciliano vede ciascun singolo individuo come vittima inconsapevole dell’incessante e fatale progresso, pedina di un gioco che non è condotto senz’altro dall’uomo, ma che appartiene in un certo senso alla storia o, forse è meglio dire, ad un progresso insito nell’umanità. La visione è fortemente fatalista, deterministica e materialista. Non vi è un destino buono che ci attende, non vi è neppure un Padre buono da cui tutto scaturisce e proviene. Siamo tutti collocati in un mare che ci attrae che si innalza proprio come la marea e che, in un momento inaspettato, ci sommerge. Siamo meccanismi di un sistema più grande, convinti di godere della libertà, mossi da desideri e ideali che sono, in realtà, immessi in noi dalla natura per contribuire al progresso generale. Qual è la molla dell’agire umano per Verga? È senz’altro la ragione economica, meglio riconoscibile nelle classi sociali più basse, laddove compaiono solo l’istinto di sopravvivenza e la volontà di sbarcare il lunario. Quanto più lo sguardo di osservazione si rivolge a contemplare classi sociali più elevate tanto più le ragioni economiche si complicano e si intravedono vanità, desiderio di potere, di lusso e tanti altri vizi o presunti ideali. Proprio per questo Verga parte nella sua analisi dalle classi sociali più basse, dove è possibile osservare la ragione economica in un modo più puro e chiaro.

Potremmo anche affermare che la prova scritta si è soffermata per la tipologia A esclusivamente su quel secolo che mai, ma proprio mai, era comparso in più di vent’anni: l’Ottocento.

Dal 1999 gli autori più gettonati sono stati: Ungaretti (4 volte), Montale (3), Quasimodo (2). Poi, con l’esclusione del Paradiso (2 volte), il Ministero ha proposto una volta: Pavese, Pirandello, Svevo, P. Levi, Magris, Calvino, Eco, Caproni, Bassani. La selezione degli autori prescelti è stata davvero ridotta, indice di poca fantasia e di una sottovalutazione del patrimonio letterario del Novecento italiano. Anche per i non addetti ai lavori è evidente che la selezione è sempre stata soltanto sul Novecento, con grandi esclusi del secolo (Pascoli e D’Annunzio su tutti). La letteratura italiana del Novecento risulta ridotta, povera e scarna nelle scelte effettuate. Perché non ricordare agli studenti che abbiamo tanti altri scrittori importanti, solo per annoverare qualcuno: Guido Gozzano, Ada Negri, Dino Buzzati, Federico Tozzi, Angelo Gatti, Giuseppe Tomasi de Lampedusa, Giovannino Guareschi, Pier Paolo Pasolini, Clemente Rebora, Carlo Emilio Gadda, Carlo Betocchi, Giovanni Testori, Mario Luzi, Alda Merini, Andrea Zanzotto e Grazia Deledda.

La proposta dell’Ottocento è davvero un cambiamento di rotta? Assolutamente no. Quest’anno la prima prova è l’unica proposta dal Ministero (perché la seconda viene formulata dai singoli istituti) che ha voluto scegliere autori della prima parte del programma di letteratura italiana del quinto anno, senz’altro affrontati in tutte le scuole, anche in quelle in cui l’emergenza Covid e la DAD hanno maggiormente frammentato e danneggiato l’attività didattica. L’auspicio è che dall’anno prossimo in poi non ci si dimentichi dei grandi classici della letteratura dell’Ottocento e del Novecento e dell’estrema ricchezza della nostra tradizione.

Veniamo ora alle altre tipologie. Per la tipologia B (Analisi e produzione di un testo argomentativo) il Ministero ha proposto: un brano tratto dal saggio di Colombo-Segre La sola colpa di essere nati (con una riflessione sulle leggi razziali nel contesto storico e internazionale, con un riferimento anche ad altri contesti in cui si è diffusa la discriminazione); un passaggio tratto da Musicofilia di Oliver Sacks attraverso il quale il candidato deve riflettere sul potere che la musica esercita sugli esseri umani; una parte del discorso che il premio Nobel per la Fisica 2021 Giorgio Parisi ha pronunciato alla Camera dei Deputati l’8 ottobre 2021 in cui lo scienziato delinea possibili scenari drammatici legati al cambiamento climatico e all’esaurimento delle risorse energetiche.

L’ultima tipologia (la C, Riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità, ovvero il tradizionale tema) ha offerto due possibilità: la prima sull’opportunità di «ripensare la politica e l’economia a partire dalla consapevolezza, generata dalla pandemia, della nostra comune fragilità e del nostro comune destino» (a partire dal libro di L. Ferrajoli Perché una costituzione della Terra?); la seconda «sui rischi della rete, soprattutto in materia di web reputation» (a partire da un brano tratto da Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello di Gheno-Mastroianni).

C’è forse un Leit Motiv in tutte (o quasi) le tracce. La questione attuale e ricorrente nei dibattiti del dualismo natura – progresso con la conseguente riflessione su un progresso che sia non solo di carattere tecnico-scientifico, ma anche rispettoso dell’uomo e del creato.

Se è vera (com’è vera) l’antica regola di retorica Rem tene, verba sequentur (ovvero «conosci gli argomenti, le parole seguiranno»), risalente addirittura secondo la tradizione a Catone il Censore, si può senz’altro affermare che tutti gli studenti hanno avuto la possibilità di scegliere una traccia che fosse loro più congeniale per interessi, passioni o preparazione culturale. Come al solito, il rischio alto per il candidato è quello di svolgere tracce e affrontare argomenti senza apportare un vero contributo originale, ripetendo luoghi comuni.