Nella prima edizione, intitolata Fermo e Lucia (1823), lo scrittore utilizza, per sua stessa ammissione, «un composto indigesto di frasi un po’ lombarde, un po’ toscane, un po’ francesi, un po’ anche latine; di frasi che non appartengono a nessuna di queste categorie, ma sono cavate per analogia o per estensione o dell’una o dell’altra di esse». La seconda edizione, I promessi sposi del 1827 o ventisettana, viene rivisitata nella prospettiva di epurare i lombardismi e i francesismi. Il dizionario Cherubini milanese-italiano e il dizionario della Crusca (1806) sono i validi strumenti di cui Manzoni si avvale nella prospettiva di creare una lingua colta improntata al lessico letterario della lingua toscana, «incomparabilmente più bella, più ricca […] di tutte le altre». La terza edizione, I promessi sposi del 1840 o quarantana, risente della risciacquatura dei panni in Arno. Manzoni ora adatta la lingua all’uso vivo fiorentino delle classi sociali colte. La lingua parlata colta sostituirà in parte la letteratura e la grammatica.

 

In realtà le tre edizioni non subiscono solo modifiche linguistiche. Dal Fermo e Lucia ai Promessi sposi del 1827 Manzoni cambia considerevolmente l’intreccio, rendendolo più accattivante, inserisce nuovi episodi (ad esempio la vigna di Renzo e la pioggia purificatrice), ne toglie alcuni (la storia della Colonna infame, la morte di Don Rodrigo lontano dal Lazzaretto), ne riduce altri (il racconto della storia sentimentale della monaca di Monza con Egidio sintetizzato nella lapidaria espressione «la sventurata rispose» e il racconto del passato dell’Innominato). I cambiamenti dall’edizione del 1827 alla quarantana sono, invece, di ordine linguistico.

Fin da subito Manzoni introduce l’espediente letterario del ritrovamento di un manoscritto dei Seicento, che lui avrebbe depurato delle scorie linguistiche antiquate, di immagini ormai obsolete e avrebbe verificato nella sua autenticità attraverso l’attenta lettura delle fonti documentarie. Per la verità, l’espediente non era nuovo, perché qualche decennio prima James Mcpherson aveva conquistato i lettori di tante contrade europee attraverso la finzione del ritrovamento dei testi poetici di un certo Ossian, una sorta di Omero nordico. La finzione peraltro riuscì così bene che per tanti anni si credette all’autenticità della trascrizione. Dalla finzione del manoscritto dei Promessi sposi scaturisce la presenza di tre narratori: il primo è Renzo, ignorante, che racconta ad uno scrivano anonimo, colto, che trascrive; Manzoni, infine, non farebbe altro che adattare il racconto all’uso moderno per renderlo più piacevole e comprensibile.

Manzoni apre il romanzo con poche pagine non trascritte nell’uso moderno, ma lasciate nella lingua del Seicento. L’impatto sul lettore è forte. L’argomento affrontato è la battaglia tra la storia e il tempo: «L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaveri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia».

La vicenda si dispiega nell’arco di due anni, dal 7 novembre 1628 al novembre del 1630. Se, però, più della metà del romanzo racconta i fatti accaduti in una settimana di novembre del 1628, la seconda parte abbraccia due anni. I luoghi sono quelli cari e conosciuti al Manzoni, i territori del lecchese, quelli descritti nella famosa apertura del romanzo: «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni». Non mancheranno, poi, alcune città come Monza e Milano, o altre località, allora paesini, come Gorgonzola.

Manzoni non menziona il nome del paese dove abitano Renzo e Lucia. Pescarenico è, in realtà, il luogo dove è collocato il convento di Fra Cristoforo. Noi sappiamo che i due promessi sposi abitano a qualche miglia di distanza. Anche del Castello dell’Innominato non abbiamo l’ubicazione precisa, perché deliberatamente il narratore tralascia la descrizione del viaggio, conservando l’indeterminatezza dei nomi e dei luoghi.

Il 7 novembre 1628, verso sera, si apre la vicenda. È la vigilia del matrimonio di Renzo e Lucia. Don Abbondio, curato di una delle terre vicino a Lecco, sta tornando verso casa, mentre recita «tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l’altro», chiude «il breviario, tenendovi dentro per segno l’indice della mano destra». La figura del prete è decisamente comica, secondo la definizione che ne dà Pirandello. Il curato è l’antitesi di quanto un fedele si aspetterebbe da un prete, tutt’altro che impavido («non era nato con un cuore di leone»), fragile («vaso di terracotta in mezzo a vasi di ferro»), rigido censore di chi non si comporta come lui, convinto sostenitore della tesi che «a un galantuomo che si fa i fatti suoi, non capitano cattivi incontri», prete non certo per vocazione, ma per convenienza.

La realtà, quella sera del 7 novembre, ribalterà le sue convinzioni e il fortino che ha innalzato per vivere tranquillo e non incorrere in pericoli. Lui, che ha sempre badato a non infastidire i potenti, che ha sempre difeso don Rodrigo dalle accuse di essere un sopraffattore, scopre che esistono imprevisti che ribaltano le nostre convinzioni sull’esistenza e demoliscono le tane in cui ci siamo nascosti.