Dopo aver letto la Storia delle repubbliche italiane del Medioevo di Sismondo de Sismondi e La vita dei famosi capitani di Francesco Lomonaco, Manzoni compone una tragedia interamente incentrata su Francesco da Bussone, chiamato il Conte di Carmagnola, famoso Capitano di ventura che combatte prima come abile stratega dell’esercito di Milano per poi passare dalla parte dei veneziani che lo hanno come comandante durante la battaglia di Maclodio (1427). Venezia sconfigge Milano e cattura molti prigionieri. Il Conte ne libererà molti e verrà così accusato da molti veneziani di tradimento. Richiamato con l’inganno in patria senza che possa sospettare l’infame accusa che cade sul suo capo e che lo porterà a breve alla condanna a morte, il Conte, pur se innocente (nella rilettura che Manzoni fa della vicenda), viene condannato. Generoso, onesto, è vittima di una società in cui l’amicizia e la lealtà non hanno spazio, poiché prevalgono invidia, sospetto e ragione di Stato. Potente, il Conte è dapprima accecato dalla fortuna, poi purificato dalla sventura e giustificato dalla grazia della fede. La conversione avverrà solo in punto di morte e il Conte non avrà il tempo per cambiare condotta e operare per il bene nella vita terrena.

 

Ambientata tra il 772 e il 774, l’Adelchi propone in chiave attualizzante e politica l’epoca in cui i Longobardi, occupata gran parte dell’Italia ormai da due secoli e formati dei ducati, cercano di dare unità al loro dominio estendendosi all’interno dello Stato della Chiesa. Invocando il soccorso dei Franchi, questa (a detta dello storico Sismondo de Sismondi) impedisce la fusione dei popoli longobardo e latino. Rifacendosi agli studi dello storico francese Augustin Thierry (Lettera sulla storia di Francia) nel Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia che accompagna la tragedia, Manzoni afferma che, in realtà, l’unificazione neppure incominciò, perché tra i due popoli ci fu sempre antagonismo, da un lato i barbari vincitori e sopraffattori, dall’altro gli indigeni vinti e, in gran numero, massacrati (soprattutto la classe dirigente).

Ecco, in breve, la vicenda. Ripudiata dal re dei Franchi Carlo Magno, Ermengarda ritorna dal padre e re dei Longobardi Desiderio e chiede di poter rinchiudersi in convento. Intanto, i Longobardi entrano nello Stato della Chiesa, che chiede l’aiuto dei Franchi. Duplice è, così, il casus belli tra i due popoli. Adelchi, figlio di Desiderio, sente un forte contrasto tra il mondo dei suoi valori (l’ideale) e la realtà storica in cui vive. Nel dialogo con il caro amico Anfrido, suo fidato scudiero, Adelchi gli confida: «Il mio cor m’ange, Anfrido: ei mi comanda/ alte e nobili cose; e la fortuna/ mi comanda ad inique, e strascinato/ vo per la via ch’io non mi scelsi, oscura/ senza scopo; e il mio cor s’inaridisce,/ come il germe caduto in rio terreno,/ e balzato dal vento» (atto III). Nelle parole di Anfrido sta tutta la grandezza del vero amico, che è cosciente di non poter togliere la responsabilità e la preoccupazione di Adelchi, ma può «sentirla» con lui. Vera amicizia è questa compagnia al destino, sulla strada che il Cielo ci ha assegnato. Adelchi, «alto infelice, reale amico», è invitato ad affrontare le scelte della vita con speranza: «Soffri e sii grande: il tuo destino è questo,/ finor: soffri, ma spera: il tuo gran corso/ comincia appena: e chi sa dir, quai tempi,/ quali opre il cielo ti prepara? Il cielo che re ti fece, ed un tal cor ti diede». Qui, c’è tutto il riconoscimento che tutto viene da Dio, è grazia, e noi possiamo riconoscerlo o no.

Ermengarda è ormai morente nell’Abbazia di San Salvatore. Nel bellissimo quarto atto, proprio la circostanza che sta vivendo diventa per lei l’occasione di riconoscere Colui che davvero ci può salvare. Qui risiede la «provvida sventura» per Manzoni, ovvero la consapevolezza che la situazione che ci è data da vivere è sempre l’opportunità con cui il Signore ci chiama a riconoscerLo come Signore della storia e del creato. Ermengarda vuole che si portino parole di perdono a colui che l’ha ripudiata e, pur morendo nel dolore, muore in pace aspettando l’incontro con Gesù: «Parlatemi di Dio: sento ch’Ei giunge» (atto IV).

Lo scontro tra Franchi e Longobardi vedrà la vittoria dei primi. Nel conclusivo quinto atto Adelchi, ormai morente, affida la propria anima a Dio e confida al padre Desiderio che sta perdendo il trono e che è al cospetto del vincitore re Carlo Magno: «Gran segreto è la vita, e nol comprende che l’ora estrema». La vita ha un senso ed è un peccato capirlo solo in punto di morte. Anche il vincitore Carlo un giorno morirà. Nelle parole che Adelchi rivolge al padre c’è tanto pessimismo di Manzoni nei confronti della possibilità di poter davvero compiere il bene per chi ricopre cariche di potere importanti: «Loco a gentile/ ad innocente opra non v’è; non resta/ che far torto, o patirlo. Una feroce/ froza il mondo possiede, e fa nomarsi/ diritto: la man degli avi insanguinata/ seminò l’ingiustizia […]. Reggere iniqui dolce non è». Questo estremo pessimismo sull’effettiva possibilità dell’uomo di compiere in qualche modo il bene sulla Terra si attenuerà in maniera consistente ne I promessi sposi in cui viene maggiormente salvaguardata la libertà del singolo di scegliere e di aderire al bene. Del resto la stessa conversione che è collocata in punto di morte per Ermengarda ed Adelchi, nel romanzo permetterà sia a Ludovico (che diventerà Fra Cristoforo) che all’Innominato di cambiare condotta. Adelchi, invece, non può che aderire al destino buono che, nonostante la sconfitta, è pensato per lui, trova parole di amicizia anche per il nemico Carlo e prega per lui, invita il padre a trovare consolazione nel Dio «che di tutto consola». Infine, come rivolgendosi al «Re de’ re tradito/ da un tuo Fedel, dagli altri abbandonato», Gli chiede di accogliere l’anima sua. Ecco, di fronte alla morte, Adelchi non è solo. Il suo maggior conforto ed amico è quel Cristo crocefisso che ha sconfitto la morte. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 12-1-2014)