I promessi sposi sono ambientati nel 1628, quando già da vent’anni Egidio (Giampaolo Osio) è morto e la Monaca di Monza è in clausura a Milano. Il racconto manzoniano, modificando i fatti, renderà i due personaggi immortali. Lo scrittore posticipa l’intera vicenda di quattro lustri per far sì che la Monaca di Monza possa incontrare Lucia ed Agnese ed entrare così come protagonista nel romanzo.

È l’11 novembre 1628, il giorno di San Martino, quello stabilito per la scommessa tra don Rodrigo e il Conte Attilio quando le due donne incontrano Gertrude. Il narratore descrive la Monaca con cura raffinata, con dovizia di dettagli che ci permettono di cogliere l’imperscrutabilità dell’animo, la profondità della sofferenza, il desiderio di trasgressione. Non appena la incontrano, subito Lucia ed Agnese si avvedono che è una donna particolarmente bella, ma di una bellezza strana e, in un certo senso, negletta, che non si adatta ad una donna che ha intrapreso la via della monacazione. Porta, infatti, i capelli lunghi ed una frangia esce dal velo. La vita è particolarmente attillata, come non si addice ad una monaca. Colpisce la sua curiosità morbosa rivolta ai fatti accaduti a Lucia che, interrogata dalla Monaca, all’inizio non risponde. Così, per più volte, prende la parola Agnese, finché Gertrude non inveisce contro di lei: «Voi genitori avete sempre una risposta pronta per i vostri figli». Agnese rimane indispettita, mentre Lucia racconterà in privato alla Monaca le vicende.

Qui si inserisce il lungo flashback che ci ragguaglia sull’infanzia e sulla giovinezza di Gertrude. Nella scelta del nome c’è già il destino della bimba. Il nome Marianna de Leyva viene sostituito con quello della Monaca per antonomasia, una santa del VII secolo, Gertrude, adatto a chi è destinata ad essere la signora, la badessa di un importante monastero di Monza. Appena nasce, subito le vengono regalate bambole vestite come monache, le parole che le vengono rivolte fanno presagire che lei diventerà una badessa. Così arriva ben presto l’età dell’adolescenza. Gertrude, che si è sempre vantata di fronte alle compagne che vagheggiano fidanzamenti e matrimoni, ora inizia a provare invidia per loro che possono scegliere liberamente il proprio destino e desidera uscire dal convento. Era prassi un tempo che chi aspirasse alla monacazione producesse un’esplicita richiesta scritta, almeno un anno prima che la richiesta fosse esaminata dal vicario. Gertrude finalmente scrive la lettera al vicario, ma subito dopo se ne pente. Così, poco prima che stia per ritornare a casa per un mese, scrive al padre una lettera in cui ritratta la sua decisione. Giunta a casa, trova un’accoglienza fredda. Nessuno le rimprovera la colpa, ma al contempo nessuno le parla. Quando ci sono invitati, lei mangia da sola. Il soggiorno trascorso a casa, sospirato come il felice ritorno, si trasforma in una prigione. L’unica possibilità per riconquistare l’affetto perduto è quella di ritrattare quanto ha scritto. Nel frattempo, la ragazza compensa la propria esigenza di affetto con il rapporto sentimentale con un paggio pressoché coetaneo. Un giorno una sua lettera indirizzata al ragazzo viene intercettata da una serva anziana e viene fatta recapitare al padre (il Conte), che subito licenzia il paggio e fa capire alla figlia che aveva commesso una colpa davvero riprovevole. Ora, per questo, sarebbe tornata al convento non già come badessa, ma come umile monaca. Gertrude decide di ritrattare, scrive una lettera al padre in cui chiede scusa del suo comportamento garantendo che entrerà senz’altro in convento. Per l’ennesima volta, ricattata dal punto di vista affettivo, la ragazza cede, convinta che potrà dire il suo «no» la prossima volta. Ma la libertà si esercita nell’istante, in quei «no» e in quei «sì», che la avvicinano sempre più alla monacazione e che la allontanano sempre più dal suo compimento.

Giunge finalmente il giorno dell’interrogatorio con il vicario delle monache. Il padre ha dato alla figlia tutte le diposizioni e le ha fatto capire che se l’esaminatore presagisse le sue menzogne, per lei sarebbe la fine, perché comunque, oramai, nessuno vorrebbe in matrimonio una ragazza che ha assunto un tale atteggiamento. Gertrude parlerà simulando in maniera così attenta e fedele che l’esaminatore non si insospettirà di nulla e vedrà in lei sincere intenzioni. Nel Seicento, spesso, le famiglie aristocratiche decidevano di avviare i propri figli su strade ecclesiastiche. Per questo, la chiesa proponeva un iter canonico molto lungo per smascherare gli inganni.

Gertrude si ritrova novizia, insoddisfatta, invidiosa della sorte delle amiche, sempre presa da «un rammarico incessante della libertà perduta, l’abborrimento dello stato presente, un vagar faticoso dietro a desidèri che non sarebbero mai soddisfatti». Eppure, scrive il Manzoni, anche in questa scelta forzata «Gertrude avrebbe potuto essere una monaca santa e contenta, comunque lo fosse divenuta». Per quali motivi? Perché «è una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato c’è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per metterlo in opera, a qualunque costo; se non c’è, essa dà il modo di far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessita virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch’è stato intrapreso per leggerezza; piega l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto dalla prepotenza».

A causa della giovane età Getrude non può ancora sperare di diventare badessa, gode, però, il privilegio di poter disporre nel convento di un’abitazione a parte, prospiciente alla casa di uno «scellerato di professione», Egidio, che un giorno le rivolse la parola. «La sventurata rispose». Gertrude pronuncia l’ennesimo «sì» che complica ancor più la sua esistenza. Manzoni decide di tacere la storia sentimentale. Ci racconta, però, che la relazione tra i due un giorno viene notata da una conversa, che, trattata male l’ennesima volta, minaccia di rivelare la tresca. La conversa non verrà più ritrovata. Scorto un foro nel muro di cinta del convento, si pensa subito alla sua fuga, a Meda o addirittura in Olanda. Se avessero cercato il suo corpo lì vicino, l’avrebbero ritrovato proprio nel giardino del convento. In due soli capitoli, il IX e X, si racconta la storia della Monaca di Monza, quando nel Fermo e Lucia la vicenda si dispiegava in ben sei capitoli.

La Monaca si assume su di sé la responsabilità di aiutare le due popolane. Lucia comprende che Gertrude cela nel suo cuore un profondo dolore, ma solo alla fine del XXXVII capitolo scoprirà i gravi delitti commessi dalla Monaca.

(pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 16-3-2014)