Su Radio 5.9 sabato 14 marzo alle ore 10:00 in onda la trasmissione

IO, LA CRISI, LA SPERANZA.

Si parlerà del passaggio della visione dell’uomo e della cultura dal Medioevo al Rinascimento.

Dal cavaliere al condottiero di ventura 

Un rinnovato interesse per le attività dell’uomo, per la vita mondana, per un’affermazione tutta terrena in un certo ambito, per l’eccellenza (nel senso etimologico del termine, cioè primeggiare sugli altri) caratterizza la nuova età umanistico – rinascimentale. Così, non più agiografie o romanzi cavallereschi e d’avventura hanno il primato nella produzione letteraria, bensì quei testi che esaltano la vita dei grandi personaggi nei differenti settori della vita artistica, sociale, letteraria, militare. Biografie e autobiografie sono il genere più diffuso e letto in quest’epoca.

L’uomo ideale del Medioevo, il cavaliere, il monaco, il santo, è sostituito dalla figura dell’homo divus, colui che si afferma in un campo, da quello artistico a quello pericoloso del mestiere delle armi.

Il condottiero di ventura,  di cui esempi illustri sono il Gattamelata (1370-1443), Francesco Sforza che diventa signore di Milano o il mediceo Giovanni dalle Bande Nere, combatte per la propria fama e per i lauti guadagni e sostituisce nell’immaginario collettivo ideale la figura medioevale del cavaliere. Il geniale Leonardo da Vinci (1452-1519), che è pittore, ingegnere, architetto, matematico, inventore, mette al servizio del signore di Milano Ludovico il Moro tutta la sua perizia fruibile sia in tempo di pace che di guerra. Leonardo rappresenta un altro esempio di «grande» del tempo.

L’uomo si sente ancora creatura di Dio, ma si percepisce in un certo senso affrancato, libero, artefice di sé e del suo destino, per lo meno nella prima parte di questa rinascita. Certo, se la cultura popolare (ovvero quella della maggior parte della popolazione) conserva  ancora tutta intatta la forte religiosità che ha connotato il Medioevo, la cultura intellettuale diventa sempre più laica e profana.

Si sta verificando quella scissione tra cultura del popolo e cultura degli intellettuali, che viene descritta da Pasolini negli Scritti corsari (1975), scissione che diventerà, poi, espressione di tutta la modernità. Così, dal Rinascimento in poi, il sapere intellettuale si farà portavoce di una «nuova cultura» e la letteratura aulica ed alta raramente si occuperà del sacro.

Il primo Umanesimo che dai grandi trecentisti Petrarca e Boccaccio arriva a piena maturità alla metà del Quattrocento esalta l’uomo, la sua libertà e la sua capacità di essere faber fortunae suae, artefice del proprio destino. Pico della Mirandola nella sua Oratio de hominis dignitate descrive l’uomo come creatura poco inferiore agli angeli, capace da un lato di sprofondare fino agli Inferi, dall’altro di elevarsi fino al Cielo. Pico afferma che Dio ha dato solo all’uomo la facoltà di scegliere la propria condizione, mentre tutte le altre creature sono vincolate nel loro comportamento in maniera deterministica.

L’umanista Poggio Bracciolini (1380-1459), che fu segretario dell’antipapa Giovanni XXIII, scrive all’amico Guarino Veronese:

O Dio immortale, che cosa può esservi di più piacevole, caro, gradito a te e agli altri uomini dotti che la conoscenza di quelle cose per la cui familiarità diventiamo più colti e, ciò che più conta, più raffinati?

Coluccio Salutati affermerà che «merita il Paradiso chi ha ottenuto la fama su questa Terra». Una nuova prospettiva mondana, che non nega l’aldilà e la questione religiosa, ma li sradica dalla vita dell’al di qua e dalla quotidianità, si afferma affrancando l’uomo da Dio e da quell’abbraccio misericordioso così ben descritto nella miniatura di santa Ildegarda di Bingen. L’uomo vitruviano collocato al centro, proporzionato e misurato e al contempo lui stesso misura  dello spazio e della realtà, diventa l’emblema dell’estrema fiducia nella ragione umana come ratio sui et universi, misura di sé e della realtà..

Questa presunzione reggerà, però, per pochi decenni. Ben presto, nella produzione letteraria di Machiavelli e di Guicciardini maturerà la consapevolezza della limitata capacità della virtù umana di fronte alla fortuna. L’intelligenza umana, l’ingegno, il progresso nulla  possono di fronte alla fragilità umana, alle circostanze negative, alle catastrofi naturali. Se Machiavelli attribuirà alla virtù umana una parziale possibilità di contrastare la fortuna attraverso l’uso della prudenza (previdenza), l’altro grande letterato fiorentino del Cinquecento, Guicciardini, che ha ottenuto tanti incarichi importanti e ha rivestito ruoli politici di prim’ordine, mostra una sfiducia totale nella possibilità dell’uomo di contrastare la sorte, paragonata ad «un mare agitato da venti» contro cui nulla si può opporre. 

Modelli di uomini ideali nel Rinascimento

Un’altra opera scritta pressoché negli stessi anni (la prima edizione del Furioso è del 1516, il Principe del 1513) sembra profetare alcuni aspetti della Modernità. Non ci si soffermerà qui su un testo così noto, ma si sottolineerà che il pensiero di Machiavelli anticipa la separazione degli ambiti, tra la politica e la morale, tra gli ambiti specialistici e quelli che afferiscono alla sfera della dimensione esistenziale e religiosa. Il criterio di valutazione all’interno dell’ambito politico appare il mantenimento e il rafforzamento dello Stato. In quella prospettiva tutto è concesso. Machiavelli dedica il trattato a Lorenzo de Medici, nipote del grande Lorenzo il Magnifico e nuovo signore di Firenze. Il  principe della corte o signore della città è una delle figure ideali dell’epoca. Gli specula principis avevano fino ad allora rappresentato la figura perfetta e ideale del principe. Il politico fiorentino per la prima volta istruisce il signore con consigli che potrebbero gettare discredito su di lui, perché si ispirano alla verità effettuale, cioè alla cattiveria della natura umana, e al criterio della ragione di Stato. A corte vivono spesso gli artisti dell’epoca che trovano nel signore la figura del mecenate che dà loro ospitalità e che commissiona le opere. A corte vivono i cortigiani, istruiti e à la page, capaci di dare accoglienza e di parlare, a conoscenza di tutte le norme del galateo, dotati di misura, di grazia e di moderazione. Interessante è notare che proprio nel Cinquecento vengono scritti trattati come il Galateo di Giovanni della Casa (1503-1556) e il Cortegiano di Baldassarre Castiglione (1478-1529) che esaltano le buone maniere, la facondia e l’eleganza nel portamento. Nel governo della città collaborano spesso in maniera attiva gli umanisti, dotati di cultura e di perizia retorica. Si pensi, a titolo di esempio, alle figure di Leonardo Bruni, di Coluccio Salutati e di Poggio Bracciolini che saranno attivi nella politica fiorentina.

Umanisti e artisti, principi e cortigiani, filosofi e condottieri di ventura sono in un certo senso  i modelli di uomini ideali del Rinascimento. A loro saranno dedicati tanti trattati e tante biografie, che sostituiscono le agiografie medioevali.