Sabato 22 alle ore 10 LA VISIONE DEL MONDO E DELL’UOMO NEL MEDIOEVO, EPOCA DI SANTI E DI CAVALIERI.

Un’epoca nuova si apre con la buona novella di Cristo, un messaggio di salvezza per tutti, non più solo per il popolo eletto, non più per il trionfatore e il vincitore, non per quanti si sono messi in rilievo nell’esercizio dell’attività politica, ma per tutti coloro che hanno accolto il Regno di Dio cioè Cristo stesso. Il centuplo quaggiù e l’eternità sono il premio per coloro che perdono se stessi per seguire Gesù o, in altre parole, ritrovano pienamente se stessi, si scoprono pienamente uomini, perché hanno incontrato ciò che il loro cuore ha sempre desiderato. Il martire è il testimone (questo significa la parola greca) del messaggio di salvezza, della morte e della resurrezione di Cristo. Martiri sono quanti, nei secoli, hanno accolto l’invito di Gesù («Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, […] insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato»[1]) e hanno testimoniato l’amore nella vita  e nelle opere prima ancora che con la predicazione. Il martirio (cioè testimonianza) fu spesso accolto fino al sacrificio della morte, fin dai primi secoli dell’era cristiana quando era proibito professare pubblicamente la fede in Cristo. Dal primo martire della storia cristiana, santo Stefano, agli Apostoli, morti secondo la tradizione nell’ardore della predicazione del Vangelo, alle migliaia di martiri dei nostri decenni il sangue dei cristiani, come scrive Tertulliano nel III secolo, è seme, cioè la professione dei fedeli fino alla morte è segno per molti dell’autenticità della loro fede ed è già espressione della vittoria di Cristo sulla morte. Anche oggi i martiri lo testimoniano.

Fino dagli albori la chiesa è e sarà sempre martire, nella sua duplice accezione. Negli Atti di santa Felicita e Perpetua Felicita viene accusata di essere cristiana sotto l’imperatore Settimio Severo e le viene chiesto di abiurare la propria fede. Anche il padre le mostra il figlio appena nato e le chiede l’apostasia. Ma Felicita rimane fedele a Cristo. Il 7 marzo del 211 viene condannata a morire nel circo, assieme ad altri cristiani, colpevoli di aver professato la loro fede in Cristo. La morte non è l’ultima parola. Una nuova vita si apre per quanti credono in Cristo già su questa Terra e, poi, nell’aldilà. Per questo il santo è celebrato nella tradizione cristiana nel suo dies natalis, il giorno della morte terrena e della nascita alla nuova vita in Cielo.                             

IL MEDIOEVO. DAL MARTIRE AL CAVALIERE

Qual è la visione dell’uomo nel Medioevo?

L’uomo: un peccatore che dipende da Dio

L’uomo è un peccatore che dipende da Dio. Questo svelerà il santo eremita nel Perceval di Chrétien de Troyes o, se vogliamo, con definizione altrettanto felice, un «nulla capace di Dio», secondo la bellissima espressione del romanziere e saggista francese Daniel Rops. Tanta letteratura successiva al Medioevo ha diffuso lo stereotipo secondo il quale nell’epoca medioevale l’uomo fosse in secondo piano, schiacciato e oppresso dalla divinità e solo il Rinascimento avrebbe scoperto il valore centrale dell’uomo, lo avrebbe riposizionato al centro del cosmo.

A sfatare questo pregiudizio infausto sul Medioevo ci soccorre una miniatura di santa Ildegarda di 0. Bingen, realizzata nel 1163. Inscritta in una Terra compare la figura di un uomo, circondato da Dio con il suo abbraccio misericordioso. Evidente è la somiglianza con l’uomo vitruviano realizzato da Leonardo da Vinci più di trecento anni più tardi (ca 1490). Anche lì un uomo è iscritto in una circonferenza, ma è scomparsa la presenza di Dio. Questo è il cambiamento epocale tra Medioevo e Rinascimento: non tanto l’introduzione della centralità dell’uomo, fatto già pienamente riconosciuto nel Medioevo cristiano, quanto la scomparsa della pertinenza di Dio con le vicende umane.

Cerchiamo di chiarire meglio questa affermazione. L’uomo medioevale concepisce ciò che accade in rapporto con la dimensione ultraterrena, con il Mistero, con l’Infinito, in una prospettiva escatologica. Se pecca, ha coscienza, così, di aver peccato. La coscienza del peccato può esistere solo in una civiltà che coglie e percepisce la presenza del Mistero. L’uomo medioevale non è meno peccatore dell’uomo delle altre epoche, ma ha più chiara la consapevolezza di esserlo e di aspettare la propria salvezza da un Altro. Quest’Altro è quel Dio che si è incarnato e a cui noi siamo guidati attraverso la compagnia della chiesa, che risollecita e mantiene sempre sveglia la nostra domanda religiosa. Il termine «mendicanza» ben descrive l’atteggiamento di umile richiesta di aiuto nella consapevolezza della pochezza della capacità umana e della necessità che sia Dio a soccorrerci e salvarci. Per questo l’uomo cresce in un percorso guidato, in una compagnia. Il pellegrinaggio ben rappresenta l’immagine dell’homo viator, del viandante che si affida ad una guida e a un maestro, mentre il termine «avventura» descrive appropriatamente la dimensione di scoperta del mistero nella realtà. «Advenio» significa in latino «mi imbatto in», «incontro», «trovo qualcosa sulla strada, lungo il cammino». La vita dell’uomo, ne è ben consapevole l’uomo medioevale, è irta di avventure, di imprevisti, di irruzione sorprendente del soprannaturale e del Mistero nella realtà. Avventura è, come ora vedremo, quella di Perceval che vede una coppa larga, il Sacro Graal, vorrebbe domandare cosa sia, ma commette l’errore di non chiedere.

Medioevo, epoca di cavalieri e di santi, …

La storia di Perceval e del Sacro Graal è una delle vicende che più ha affascinato l’epoca contemporanea. Chrétien de Troyes (1135-1190) è il primo a raccontarne la vicenda. Tenuto dalla madre lontano dalla città per paura che possa intraprendere la strada del padre e del fratello, entrambi morti nell’adempimento dei propri compiti, un giorno Perceval incontra dei cavalieri. Non ne conosce il nome, ma, affascinato dall’armatura, comprende che anche lui vuole seguire le loro orme. La madre lo lascia partire. Nel tempo sarà educato alla cavalleria dal maestro Gornemont de Goorn, imparerà a prestare soccorso ai deboli, alle donne e ai bimbi, apprenderà il codice della cavalleria. Si innamorerà, poi, della bellissima Biancofiore, ma l’abbandonerà per ritornare dalla madre. Dopo diverse vicissitudini si imbatterà nella grande avventura. Un ostacolo, un fiume, posto sul suo cammino è l’occasione di conoscere un pescatore che invita Perceval nella sua abitazione. Lì il pescatore si presenterà al cavaliere come un re ammalato. In una reggia immensa Perceval assiste ad una scena strana e quasi incomprensibile. Un paggio porta una lancia insanguinata, mentre una dama segue con una larga coppa in mano, un Graal, che emana una luce luminosa. Perceval vorrebbe chiedere e domandare quale sia il significato del gesto. Ma non chiede. Non ha ancora appreso l’atteggiamento della mendicanza. Viene servito il pranzo.

 

A ogni portata, vede ripassare davanti a sé il Graal tutto scoperto. Ma non sa a chi lo si serva. Ha il desiderio di saperlo, ma pensa che avrà tempo di domandarlo domani  a uno dei valletti della corte […]. Rinvia così la domanda.

 

Per questo, il giorno seguente, al risveglio Perceval non troverà più nessuno nella reggia. «Chiama, ma non v’è risposta». Se il giorno precedente avesse chiesto, il regno sarebbe tornato fecondo e il re sarebbe guarito. Se avesse chiesto, avrebbe scoperto che il calice, il Graal, era portato al padre del re Pescatore, che nessuno può vedere. Invece, la sua vita sarà d’ora innanzi tutta investita dalla ricerca (queste) di quel calice. Perceval dimentica, però, i saggi consigli ricevuti dalla mamma. Per cinque anni non celebra più la messa. Finalmente, un giorno, ha la grazia di incontrare nuovamente quanto aveva già conosciuto da giovane. Il venerdì santo sul suo cammino si parano tre cavalieri e sette dame. Provengono dal Santo eremita. Ricordano a Perceval il Kerigma cristiano:

 

(Oggi) è il venerdì adorato, in cui si devono piangere i propri peccati e adorare la croce, perché in questo stesso giorno fu crocifisso e venduto per trenta denari Colui che fu mondo di peccato. Egli vide le colpe di cui il mondo è impastoiato e macchiato, e per esse si fece uomo. È verità che fu Dio e uomo, ché la Vergine partorì un figlio concepito dallo Spirito santo. Dio ne ricevette sangue e carne. Così la sua divinità fu ricoperta di carne d’uomo. Chi in tal guisa non lo cercherà mai lo vedrà in viso. È nato da madama la Vergine e prese forma e anima d’uomo con la sua Santa divinità. E in tal giorno, in verità, fu messo in croce e trasse i suoi amici dall’Inferno. Quella morte fu molto santa, ché salvò i vivi e i morti facendoli passare dalla morte alla vita.

 

Contrito per la sua fragilità e per la sua dimenticanza, Perceval chiede loro quale sia la strada per giungere dal santo eremita. La risposta è bellissima: la strada è semplice, contraddistinta da segni lasciati dalle persone che li hanno preceduti nel percorso. Giunto dal santo eremita, Perceval si confessa, celebra la messa pasquale e riparte, uomo nuovo e rigenerato, alla ricerca del Sacro Graal. La storia raccontata da Chrétien de Troyes non ci svela se la ricerca approderà ad un esito positivo. La vicenda, infatti, si interrompe per la morte dell’autore. Così, nei secoli successivi, tanti scrittori si cimenteranno nella prosecuzione della vicenda talvolta con la presunzione di trasformare il mito in realtà. Al di là della vicenda leggendaria, il messaggio trasmesso è per il lettore medioevale chiaro. Cristo è il Re pescatore, il padre del Re pescatore che non si può vedere è Dio Padre creatore, il santo eremita è lo Spirito Santo, la strada che parte dal santo eremita lungo la quale l’uomo deve camminare è la chiesa, il Graal è la coppa dell’ultima cena. Perché Cristo sia in mezzo a noi e si compia il suo Regno dobbiamo domandare la sua presenza in mezzo a noi, dobbiamo pregare che Lui si manifesti in quell’atteggiamento di mendicanza di Cristo che caratterizza tanta letteratura medioevale.