Giovedì 23 aprile ore 10:30

IN VIAGGIO CON DANTE VERSO LE STELLE

I versi in cui viene esplicitato l’esilio senza mezzi termini sono tra i più noti del poema:

Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente: e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

 

Dante non potrà più vedere la città amata, la casa, la famiglia, gli amici. Proverà l’asprezza di dover mendicare. Vagherà di città in città, di corte in corte, mangiando il pane salato tipico di quelle terre. In Toscana il sale era cucinato senza pane, probabilmente per un’usanza che risaliva al XII secolo quando i Pisani iniziarono a far pagare a caro prezzo ai Fiorentini il sale che sbarcava nel loro porto. Così, questi cominciarono a produrre pane senza sale.

La difficile situazione di Dante in esilio sarà, però, aggravata dalla compagnia malvagia con cui il poeta si troverà ad agire:

 

E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle:
che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.

 

Si allude in questi versi al gruppo dei guelfi bianchi con cui Dante rimase per qualche tempo, probabilmente nei pressi di Arezzo, con l’intento di pianificare il ritorno a Firenze. Ad un certo punto, però, il poeta decise di dissociarsi dai tentativi dei compagni di rientrare a Firenze. Così, quando nel 1304 essi combatterono presso la località la Lastra a Fiesole contro i guelfi neri, Dante non partecipò allo scontro cruento che vide la disfatta dei bianchi.

Dante trovò dapprima ospitalità a Verona presso Bartolomeo della Scala. Cacciaguida profetizza:

 

Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ’n su la scala porta il santo uccello;
ch’in te avrà sì benigno riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra li altri è più tardo.

Lo stemma di Bartolomeo della Scala presenta una scala con l’aquila imperiale, poiché il signore di Verona ha sposato una pronipote dell’imperatore Federico II. Bartolomeo, signore della città dal 1301 al 1304, sarà così cortese con Dante che il poeta vedrà spesso rispondere ai suoi bisogni prima di averli espressi, proprio come in Paradiso i santi risolvono i suoi dubbi senza che lui li abbia esplicitati.

Nella realtà dei fatti, Dante non fu probabilmente molto gratificato dal rapporto con il signore. Il giudizio estremamente lusinghiero espresso dal sommo poeta è dovuto al fatto che quando Dante compone questi canti si trova nuovamente a Verona.

Continua la profezia di Cacciaguida. Dante conoscerà anche Cangrande  della Scala:

 

Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fier l’opere sue.
Non se ne son le genti ancora accorte
per la novella età, ché pur nove anni
son queste rote intorno di lui torte;

[…].
Le sue magnificenze conosciute
saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
non ne potran tener le lingue mute.
A lui t’aspetta e a’ suoi benefici.

Ancora piccolo d’età, Cangrande della Scala non ha potuto ancora mostrare il suo valore proveniente dal pianeta Marte (la virtù guerriera) alla gente, ma, divenuto adulto, lo paleserà tanto che le sue gesta saranno straordinarie. Divenuto signore unico di Verona nel 1312, morirà nel 1329. Sarà lui il nuovo protettore di Dante.

La parola «magnificenza», qui riferita a Cangrande, comparirà anche nel saluto del poeta a Beatrice e, più tardi, nell’inno alla Vergine Maria. Come sempre, l’uso per tre volte di un termine crea un alone di sacralità, in questo caso intorno a quelle figure che sono andate in suo soccorso nei momenti di difficoltà: Maria, colei che ha visto per prima il suo smarrimento nella selva oscura, Beatrice, che l’ha guidato sulla Terra e in Cielo verso Dio, Cangrande che gli ha dato ospitalità durante l’esilio durante il ritorno del poeta a Verona.

Le parole di Cacciaguida fanno crescere in Dante la paura per le insidie che si nascondono negli anni a venire e un dubbio.

Dove troverà ospitalità Dante, una volta abbandonati la città natale, la casa, i parenti, gli amici? Se rivelerà tutto quanto ha visto e tutte le anime che ha incontrato all’Inferno e in Purgatorio, chi mai lo accoglierà dal momento che gli sono stati rivelati fatti che avranno per molti il «sapor di forte agrume»? Dante teme, però, che se non sarà testimone sincero della verità che ha visto, perderà la fama presso «coloro/ che questo tempo chiameranno antico» ovvero i posteri.

Ritorna la paura che s’era già impossessata di Dante nei primi tre canti dell’Inferno, di fronte alla proposta di Virgilio di intraprendere il viaggio con lui e dinanzi all’epigrafe della porta infernale. Tornato sulla Terra, Dante inizierà la sua vera missione nella vita ordinaria e dovrà avere il coraggio di essere poeta, di scrivere, di raccontare la verità. Dovrà assumersi pienamente la responsabilità di seguire la sua vocazione, di coltivare i talenti che gli sono stati assegnati, di non nasconderli nel terreno.

A Dante si presenta ora la scelta in cui prima o poi ci imbattiamo tutti noi: seguire la convenienza economica e l’utile personale (che per il poeta consiste nel trovare ospitalità presso i signori) oppure i talenti mettendoli al servizio di tutta la comunità, per la felicità nostra e degli altri?

Il trisavolo cerca di dissolvere ogni dubbio dalla mente di Dante e risponde con chiarezza di giudizio:

 

[…] Coscïenza fusca

o de la propria o de l’altrui vergogna

pur sentirà la tua parola brusca.

Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,

tutta tua visïon fa manifesta;

e lascia pur grattar dov’è la rogna.

Ché se la voce tua sarà molesta

nel primo gusto, vital  nodrimento

lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento,

che le più alte cime più percuote;

e ciò non fa d’onor poco argomento.

Però ti son mostrate in queste rote,

nel monte e ne la valle dolorosa

pur l’anime che son di fama note,

che l’animo di quel ch’ode, non posa

né ferma fede per essempro ch’aia

la sua radice incognita e ascosa,

né per altro argomento che non paia.

 

In sintesi, le parole di Dante saranno fastidiose per le coscienze sporche. In ogni caso, però, il poeta deve bandire ogni menzogna e rivelare tutta la verità. Il linguaggio diventa particolarmente forte avvalendosi di immagini crude come la rogna o il cibo digerito, che afferiscono ad argomenti non certo alti, ma bassi e umili, estremamente concreti, proprio in un contesto etereo come quello delle anime splendenti e luccicanti del Paradiso. Di sapore sgradevole, non appena assaporata, la verità diverrà nutrimento vitale, quando sarà digerita.

Nell’antichità tutto quanto riguardava il sesso e la digestione era riservato al genere più basso ovvero alla commedia e non poteva essere trattato in forma alta.

Un lessico appartenente ad un campo corporeo e materiale («gusto», «vital nodrimento», «digesta», «grattar», «rogna») descrive l’effetto della verità sull’uomo, proprio come nel canto XI del Paradiso la terminologia erotica aveva sottolineato l’amore tra san Francesco e Madonna Povertà. Questa è la rivoluzione del linguaggio dantesco. La carnalità del linguaggio in alcuni canti del Paradiso rimarca che la verità non è un’idea, ma si è incarnata nella storia, deve diventare carne perché possa essere accolta da ciascuno di noi. Il gioco allitterante della «r» («lascia pur grattar dov’è la rogna») comunica il fastidio provocato dalla verità.

Nell’antichità esisteva la rigida tripartizione degli stili: alto, medio e umile. I tre stili venivano utilizzati per affrontare rispettivamente argomenti, contesti e personaggi altolocati, medi o bassi. I commentatori virgiliani della bassa latinità (Servio e Donato), associando i tre stili all’altezza degli argomenti affrontati, avevano designato questo rapporto tra opere e livelli di scrittura con l’espressione rota Virgili. Eneide, Georgiche, Bucoliche rappresentavano, così, rispettivamente i modelli dello stile sublime, medio e umile.

Un profondo cambiamento nella concezione del realismo nell’antichità avvenne con il cristianesimo, che non rivoluzionò soltanto l’arte figurativa, bensì introdusse profondi elementi di novità anche nell’ambito della concezione della letteratura.

Nel Medioevo la tripartizione venne, così, messa in discussione, non più rispettata dagli scrittori cristiani che sentirono l’esigenza di affrontare una materia che è sempre sublime, la più alta che si possa immaginare (l’incarnazione, la morte, la resurrezione del Cristo, etc.) e di trasmettere il concreto realismo, l’umiltà della storia sacra e della vicenda del Signore (dalla nascita in una stalla alla crocifissione) in un linguaggio comprensibile a tutti, non solo ai dotti.

I Vangeli raccontano il fatto più grande che si possa narrare (l’esperienza dell’incontro con un Dio che si è fatto uomo) attraverso uno stile umile e semplice. La novità è radicale, non solo dal punto di vista del messaggio annunciato, ma anche per l’introduzione di un nuovo stile, che il filologo tedesco Erich Auerbach (1892–1957) definisce per l’appunto «sermo humilis», immediato, comunicativo, come si addice ad una verità che deve essere accessibile a tutti e, nel contempo, ad un re che, nato in una stalla, è, poi, morto in croce.

Sulla scia del Nuovo Testamento molti letterati cristiani si sentono autorizzati sia nell’Alto che nel Basso Medioevo a violare la dottrina classica della convenienza tra contenuto e stile. Scrivono opere dai temi alti e sublimi in uno stile semplice e sobrio o, altre volte, derivato da una commistione di registri e di stili differenti.

Capolavori come la Divina commedia e il Decameron sono, in un certo senso, scaturiti da questa nuova consapevolezza letteraria e dalla mescolanza di stili.

Dopo essersi avvalso d’immagini legate alla digestione, Cacciaguida spiega a Dante che gli sono state mostrate nel viaggio dell’aldilà solo anime di personaggi famosi, perché l’uomo tende a non prestare attenzione a chi non è noto.

Dante auctor non si scandalizza del fatto che l’uomo riservi attenzione solo a quanti sono famosi. È un tratto tipico dell’uomo e il poeta si avvale proprio pdi questo caratteristica umana per diffondere la verità. I retori si sono sempre giovati di exempla noti per catturare il favore del pubblico.

Al centro della terza cantica Dante auctor non ha voluto collocare solo la profezia del suo esilio, ma anche la riflessione sull’importanza per ciascuno di scoprire i propri talenti e di farli fruttare. Se la società contemporanea tende a veicolare il messaggio che solo poche persone possiedano i talenti, il Vangelo ci ricorda, invece, che tutti li possiedono. Possederne anche uno solo, ma scoprirlo e farlo fruttare produce molto di più che avere tanti talenti, ma tenerli nascosti.

Che cos’è allora la vocazione?

Non è un’illuminazione interiore, bensì una chiamata concreta ad operare in un certo ambito, come Dante che è stato invitato da Virgilio alla sequela e da Cacciaguida a essere testimone della verità. Là dove viviamo e dove lavoriamo, siamo noi tutti chiamati a portare testimonianza della verità che abbiamo incontrato nella vita.

A settecentocinquanta anni dalla nascita di Dante, la sua missione continua nel tempo, ancora oggi.

La verità è l’arma più forte che ci sia, mentre la stessa ignoranza è colpevole, come affermò Junge Traudl, segretaria di Hitler, convinta per tanti anni di non aver sbagliato, perché era all’oscuro dei progetti del capo nazista. Solo quando scoprì che Sophie Scholl (1921-1943), ragazza universitaria a lei quasi coetanea e appartenente all’associazione di resistenza al nazismo chiamata «Rosa bianca», era stata condannata a morte per aver cercato di informare la popolazione delle azioni perpetrate dai nazisti, allora capì che la stessa ignoranza è colpevole.