Faticosamente, ho scritto. Sì, perché non avevo, né ho, le grandi capacità di studioso di Emanuele, che aveva già al suo attivo un saggio fondamentalissimo, Metamorfosi della gnosi. Quadri della dissoluzione contemporanea, un lavoro che non manca nella biblioteca di tutti noi vecchi apologeti e che fin da subito noi quattro gatti divorammo quando uscì per i tipi della Ares nel 1979. Quel libro eccezionale fu riedito nel 1991 perché è una di quelle opere “senza tempo” che, come il buon vino, migliorano invecchiando. L’analisi che contiene, dato quel che ci tocca combattere oggi, è un supporto prezioso e pure profetico. Emanuele insegnava al famoso liceo “Monforte” di Milano, ma apparteneva a una scuola che, demolita dal Sessantottismo, oggi non esiste più, quella di insegnanti secondari così colti e preparati da poter passare con facilità alla cattedra universitaria. Infatti, Emanuele divenne assistente all’università di Torino e nel 1981 era già vincitore di cattedra in quella di Trieste. Ma, come sappiamo, non ci arrivò mai.

Come ha già scritto Marco Di Matteo su La Nuova Bussola Quotidiana (clicca qui) la Ares ha voluto commemorare quest’uomo «caro agli dèi» (tale è, secondo un antichissimo adagio, chi muore giovane: lo dico per quelli formatisi –si fa per dire- nell’attuale scuola italiana) con un volume di studi in memoriam a cura di Gabriele De Anna: L’origine e la meta. Studi in memoria di Emanuele Samek Lodovici con un suo inedito. I contributi sono opera di studiosi che affrontano da prospettive complementari la produzione del mai abbastanza rimpianto Samek (tra questi, il nome forse più noto al grande pubblico è quello di Lucetta Scaraffia). Un brano dell’inedito, datato in quel fatale 1981, ci darà l’idea di quel abbiamo perso con la precoce dipartita di quell’uomo: «Se vogliamo strappare a una persona il mondo, basta strapparle le parole con cui capisce quel mondo. Le parole saranno sempre più impoverite di significato e crederà che il mondo corrisponda alla povertà di significato della sue parole». Come si vede, aveva previsto anche l’evoluzione del linguaggio politicamente corretto. «Dio possiede la sua anima» (così facevano scrivere sulle loro tombe i costruttori di cattedrali). (La nuoiiva bussola quotidiana)