altSpesso si è detto a proposito di Dostoevskij che fu un profeta, più precisamente il profeta dei nostri tempi. Ancor più, di lui dice Evdokimov: «A che cosa ci servirebbe definire Dostoevskij? Ci basterà dire che egli è attuale, che lo è oggi e che lo sarà domani di più, perché è un fenomeno escatologico del nostro tempo, un commentario vivente dell’Apocalisse».

Il contenuto delle sue profezie è la certezza che «nel deserto della solitudine umana Cristo mai abbandonerà l’uomo». All’uomo che urla la sua angoscia del non senso, al disadattato che non trova ragioni esistenziali, all’uomo morto perché vuoto, Dostoevskij lancia la sua risposta, la sua sfida a quel mondo che apparentemente sta andando alla deriva, verso la sua fine. Il suo grido si alza ancora contro il desiderio umano dell’autodistruzione, dello scetticismo, dell’immanentismo, della noia demoniaca, che toglie vigore al rinnovamento e che sembra condurci nell’immobilità di una vita stanca e delusa della stessa esistenza. 

Dostoevskij parla con parole da innamorato, con le parole di colui che ha cercato di sedurre e di farsi sedurre dalla sua amata, parla con voce piena di emozione e di anelito al suo Dio, a quel Dio che non ha badato neppure alla sua vita per riabbracciare, nelle braccia tese della croce, la sua creatura. In quest’atto di abbandono all’umana stupidità, da parte di Dio, Dostoevskij ritrova e contempla quella bellezza di sé stesso e di tutti gli uomini, e del creato, perché ora anche lui guarda con gli stessi occhi del Risorto.

Mi piace così concludere con le parole di un maestro, Pavel Evdokimov, un uomo che ha cercato di contemplare la bellezza di Dio, contemplando quella dell’uomo; un uomo che per sensibilità si è stretto nell’intuizione e nella conoscenza che fu di Dostoevskji e che, parlando di lui, così scrive:

«… Non è l’esistenza di Dio che tormenta Dostoevskji bensì la sua Sapienza e i rapporti tra Dio e l’uomo: la coesistenza e l’interazione di Dio e dell’uomo nella storia. In definitiva è l’uomo, sono le sue origini, la sua radice celeste, a costituire l’unico tormento della sua anima. Nella cerchia dei rivoluzionari che hanno liquidato Dio, un vecchio ufficiale tentenna e dice: – Se Dio non esiste sono ancora capitano?. È a lui che Mitia risponde: – Viva Dio e la sua gioia divina. Sapere che Dio esiste, è già tutta la vita … io vincerò tutte le sofferenze per dire e ridire ad ogni istante: io sono, io esisto … . L’uomo è attaccato alla sorgente trascendente del suo essere, come l’amore di Dio alla croce.