altUna volta terminata la stesura, ho compreso che OLTRE. La vita eterna spiegata a chi cerca è un po’ “il libro della mia vita”. Lo so, può sembrare strano dire così di un libro che parla (anche) della morte, ma non saprei usare altre parole per esprimere che cosa esso sia. È il libro della mia vita perché – come si può verificare dopo le prime pagine – non si fonda tanto su studi e citazioni, spiegazioni e letture erudite, quanto piuttosto sull’esistenza vissuta.  Che è la mia, ma non solo, poiché per grazia di Dio ho incontrato così tante persone nel corso degli anni, che la mia è diventata come un “serbatoio” di molte altre vite, di diverse esperienze, di mille racconti… E, sempre, ho potuto riscontrare che il cuore dell’uomo – di ogni uomo, quale che sia l’età, la professione, la cultura, la religione… – anela all’infinito da cui viene, di cui è costituito e per cui è fatto.

Questa è la mia esperienza, attraverso le molteplici sfaccettature di umanità incontrate, osservate e conosciute fin qui: ogni uomo porta in sé il desiderio di andare oltre i limiti che la vita continuamente gli pone, in ultimo anelando a varcare quella soglia che, inesorabile, pare attendere ogni essere umano al termine della propria esistenza, cioè la morte. La morte terrena incombe, ineluttabilmente, su ogni uomo, eppure – aldilà delle auto-rassicurazioni con cui l’uomo contemporaneo sempre più tenta di censurare la questione, parlandone come di un fatto “naturale” o di una problema che, in fondo, non lo riguarda – nel profondo di noi stessi non riusciamo ad accettare tanto facilmente che, da un momento all’altro, possa giungere la fine: una fine che ci strappa dalla vita – la nostra e quella delle persone amate -, annullando in un istante progetti, sogni e desideri per il futuro, inghiottendo tutto il nostro vissuto nel nulla… Insomma: ci ostiniamo a vivere, pur sapendo che dobbiamo morire. Perché?

Perché non possiamo fare a meno di chiederci che cosa ci sia oltre la morte, oltre cioè quella fine terrena che – desideriamo, sentiamo, capiamo – non può essere la fine di tutto. OLTRE tenta di porre alcune domande proprio su questo tema – che cos’è la morte e che cosa ci sia oltre di essa -, a partire dagli interrogativi che mi vengono quotidianamente rivolti dagli studenti, dai colleghi a scuola e nel mondo dell’editoria, dalle persone che incontro nelle occasioni più diverse: mentre sono in pellegrinaggio a Medjugorje oppure dopo l’adorazione eucaristica nella mia parrocchia; quando vado a trovare una famiglia oppure mi invitano per una conferenza o una testimonianza; ma anche semplicemente quando sono in fila al supermercato o nella sala d’aspetto del medico… Anche da questo punto di vista, è un po’ il libro della mia vita, poiché raccoglie questioni e domande (e anche alcune risposte) che proprio lungo il cammino della mia esistenza ho potuto incontrare e mettere a fuoco, a poco a poco.

Le ragioni per cui ho scritto della morte e di ciò che si trova “oltre” sono molte, ma la prima è che credo profondamente nella vita eterna, e desidero che tutti possano vivere la gioia profonda che questa fede sa donare. Ma è una gioia che per me è nata da un dolore. All’età di 23 anni ho infatti perso mio fratello Gianluca, in un incidente di moto. Eravamo gemelli. Ricordo ogni particolare di quel giorno in cui è morto. Era sabato 22 marzo 1997. Mi trovavo all’oratorio di Mirabello Monferrato, dove all’epoca, studente di filosofia ormai prossimo alla laurea, prestavo servizio come animatore. Gianluca era passato di lì per fare due tiri a calcio, ma sarebbe rientrato presto a Casale, dove abitavamo con i nostri genitori. Quando, intorno alle sei e mezza, mi ha detto «ciao, io vado! », ho avvertito qualcosa dentro di me, quasi come l’impulso a dirgli qualcosa. Ma, prima che potessi mettere a fuoco quella sbiadita intuizione, Gianluca era uscito, salendo sulla sua moto nuova – un enduro da 600 cc. di cui era davvero orgoglioso. Ed è partito. Io sono andato a casa dei nonni materni – dove solitamente trascorrevamo l’estate – poco dopo. Mentre ancora mi trovavo in macchina, sulla strada davanti all’ingresso di casa, è giunto Marco, un amico, ad avvertirmi che Gianluca aveva fatto un incidente in moto. Rammento che, prima ancora che mi dicesse che non sapeva quali fossero le sue condizioni, ho pensato: «É morto».

Ma era un pensiero così certo che forse dovrei dire che ho subito saputo che mio fratello era morto. Poiché il luogo dell’incidente era transennato per un’ampia zona e con una robusta presenza di ambulanze e auto dei carabinieri – tanto che neppure io ho potuto accedervi, pur dicendo che ero un parente di una delle persone coinvolte -, Marco mi ha accompagnato in auto a Casale, dove avrei dovuto avvertire i miei genitori. Intanto che percorrevamo i 15 km che separano Mirabello da Casale io sentivo, in maniera inaspettata, crescere dentro di me una profonda pace, al punto che lo stesso Marco, che non nascondeva la sua apprensione per le sorti di mio fratello, a un certo punto mi ha chiesto: «ma come fai a esser così calmo?». Nel frattempo sono venuto a sapere che erano state coinvolte nell’incidente altre due vetture, i cui conducenti avevano però riportato (solo) ferite non gravi. Giunto sotto casa, ho citofonato. Ricordo quella conversazione come se non fossero trascorsi quasi vent’anni. Risponde mia madre: «Che succede?», subito tradendo una certa apprensione, poiché non mi aspettavano a casa per cena, quella sera. Ma soprattutto perché – l’ho poi saputo dopo – Gianluca era atteso da nostra sorella Stefania per aiutarla nel trasloco, poiché di lì a poco si sarebbe trasferita in Inghilterra, per lavoro. Ma non si era presentato. Chiedo di parlare con mio padre, che subito viene al citofono. «Gianluca ha fatto un incidente in moto, con altre due macchine», gli dico subito. «Ha mica ucciso qualcuno?», mi chiede lui.

Che domanda paradossale! Suo figlio era morto… ma uno non pensa mai che il proprio figlio possa morire in un incidente in cui ci sono altre persone coinvolte, e giustamente si preoccupa per gli altri…«Non ha ucciso nessuno, papà», gli ho risposto con un nodo alla gola. Quindi io e lui siamo andati alla stazione dei Carabinieri di Casale, dove però non sapevano che cosa dirci – anche perché erano in attesa di una conferma ufficiale e non potevano dare notizie non verificate, trattandosi di un incidente che aveva causato un morto. Ma che importava? Io già sapevo! Solo, soffrivo tanto per i miei che ancora erano appesi a una speranza… Più tardi ci siamo ritrovati con tutta la famiglia al Pronto Soccorso dell’ospedale cittadino, nell’attesa che portassero Gianluca. Dopo un’attesa che mi pareva non finire mai, un medico mi ha chiamato da parte – chissà perché proprio me, e non i miei genitori, o mia sorella, all’epoca 27enne? E mi ha detto che mio fratello Gianluca era rimasto coinvolto in un incidente e aveva perso la vita.  Sinceramente non ricordo cos’altro abbia aggiunto, forse qualcosa tipo «Vuoi sederti?», ma io ho sentito dentro di me una serenità e una forza che non so spiegare. Alla notizia della morte di Gianluca mia madre e mia sorella sono state colte da malore, tanto che mia madre ha dovuto trascorrere anche la notte in ospedale.

Io e mio padre abbiamo fatto il riconoscimento della salma. Solo il viso era visibile perché, avendo fatto un frontale con un’auto in fase di sorpasso, il corpo aveva riportato traumi profondi e non era ancora stato ricomposto opportunamente. È stato strano osservare quel volto tumefatto, ormai privo di vita, e pensare che fosse della stessa persona che poche ore prima aveva giocato a calcio con me, e che era pieno di entusiasmo e allegria. Al tempo stesso, imperioso, un pensiero ha subito prevalso su tutti: la vita eterna c’è e Gianluca non è qui, ma già nell’aldilà. Questo pensiero – non una flebile intuizione, ma una certezza, una evidenza forte come il fatto che in cielo splenda il sole – mi ha riempito nei giorni a seguire, permettendomi di stare vicino ai miei genitori per tutte le tristi incombenze che riguardano l’organizzazione delle esequie. Ero nella pace. Non che – io, così razionale – mi sforzassi di pensare a delle buone ragioni per trovare consolazione oppure per ritenere plausibile la vita eterna. Nulla di tutto questo. Semplicemente, d’un tratto, tutte le cose che avevo detto, per anni, agli altri, diventavano vere “per davvero” anche per me.

Ricordo che alla sera del rosario, celebrato la sera prima del funerale, la chiesa di Mirabello – il paese dove è stato sepolto Gianluca – era stracolma di persone. Alla fine, mi sono trovato a salutare i presenti, una file interminabile. Ed è accaduto quanto non avrei immaginato: mi venivano incontro parenti, amici, conoscenti, compaesani in lacrime o senza parole, e mi sentivo di dare un abbraccio, un sorriso o un incoraggiamento a ognuno. Bada bene: non sto dicendo che non provassi dolore – Dio solo sa quanto! – né che non abbia anch’io versato abbondanti lacrime. Però la pace e la serenità che erano dentro il mio cuore erano più forti di tutto. Qualche giorno dopo le esequie, riordinando le cose di mio fratello, ho aperto il suo portafoglio. E vi ho trovato, ripiegata con cura, una lettera, dattiloscritta su un foglio formato A4. Era una meditazione sulla morte. La cosa mi ha sorpreso, perché il foglio era nuovo, segno che era stata scritta da poco. Non mi ha stupito invece il fatto che Gianluca potesse aver scritto qualche riflessione personale su un tema del genere, perché al di là del sorriso sempre pronto e del volto sereno, era capace di una profondità tutta sua. Mi ha impressionato però che una tale riflessione fosse giunta a formarsi nel suo animo così poco tempo – qualche settimana? forse qualche giorno? – prima di morire.  Mi sono sentito sereno, pensando al suo destino eterno. Perché mi sono detto: tutti siamo peccatori, ma se Gianluca meditava su un tale argomento in questo periodo, vuoi che in qualche modo non sia stata anche questa una forma di “preparazione” provvidenziale?

Ho visto davvero la mano della provvidenza nella sua morte, intesa non come atto istantaneo ma come un processo “preparato” dal Signore. Ricordo ancora che, il giorno del funerale, quando si stava avvicinando il feretro per entrare in chiesa e celebrare le esequie, uno dei presenti si è avvicinato e mi ha detto: «E adesso? Che cosa dici di Dio, visto che ha fatto morire tuo fratello?». Forse la domanda poteva anche starci, ma le circostanze non credo fossero quelle giuste. Però ho preso sul serio quell’interrogativo. E vi ho risposto. Dio non “fa” morire nessuno. Lui è il Dio della vita, e non vuole la nostra morte. Si muore, invece, per cause naturali – malattie, vecchiaia -, per la libertà propria o altrui – suicidi, omicidi -, per fatalità – un errore nella guida, una distrazione… Dio conosce i nostri giorni. Li ha contati fin dal principio. Conoscendo l’ora nostra morte, non ci sottrae a essa, ordinariamente – salvo miracoli che rientrano nella sua Divina Sapienza, i quali sono però molto rari: Gesù ha resuscitato Lazzaro e pochi altri, così pure ha guarito diversi malati, ma non tutti. Però ci prepara tenendo conto del tempo a nostra disposizione.

Così ha fatto con Gianluca che, due anni prima del fatale incidente in moto, ha avuto la grazia di incontrare una associazione di volontariato, la “Croce Verde” di Casale Monferrato, in cui si è speso come barelliere e autista di ambulanza, prodigandosi per il prossimo, facendo anche i turni di notte pur avendo un lavoro d’ufficio che lo impegnava di giorno full-time. Due anni, a ripensarci dopo, che lo hanno fatto maturare enormemente. E che forse sono proprio stati un dono dal cielo, per aiutarlo a prepararsi meglio all’incontro con il Signore che, per lui, sarebbe avvenuto a soli 23 anni, il 22 marzo 1997. So che tante domande restano, quando un genitore perde un figlio, oppure una persona cara muore in circostanze tragiche o “prematuramente”.  Ma – mi chiedo – prematuramente rispetto a che cosa? Rispetto ai nostri tempi? E perché non considerare invece quelli di Dio, che mirano alla salvezza eterna della creatura? D’altronde, ogni morte o perdita di persona cara costituisce la fonte di drammatici interrogativi. Ai quali spesso non si può, umanamente parlando, trovare una risposta.

Però, quando siamo tentati di prendercela con Dio, perché «poteva lasciarci ancora un po’ di tempo» questa o quella persona cara, domandiamoci che ne è stato della sua anima. Perché, se si è salvata, potrebbe già essere nella gloria di Dio, a godere di una felicità imparagonabile alle gioie terrene!  Se davvero amiamo i nostri cari defunti, come diciamo, invece di desiderare che possano tornare da noi, su questa terra, per rimediare alla profonda mancanza che noi sentiamo di loro, perché non desideriamo ancora più ardentemente farci santi per salvarci, e poterli così raggiungere in quella beatitudine dalla quale, per amor loro, non dovremmo desiderare di strapparli neppure per un istante? Insomma: invece di volerli riportare qui, non dovremmo piuttosto desiderare di raggiungerli nell’aldilà, quando Dio vorrà? Sono interrogativi grandi, ponendosi i quali si comprende però quanto sia importante indagare quella drammatica frontiera dell’esistenza che è la morte, perché solo così si può illuminare di un senso vero e profondo il mistero stesso della vita.

Diego Manetti, nato a Casale Monferrato nel 1973, laureato in Filosofia e in Scienze Religiose, è docente di Storia e Filosofia nella scuola superiore e ha curato la pubblicazione di saggi e collane su tematiche religiose. Collabora con Radio Maria e con La Nuova Bussola Quotidiana. Per le Edizioni San Paolo ha pubblicato Ipotesi su Medjugorje (2012) e ha curato il volume Il messaggio di Medjugorje (2014). (La nuova bussola quotidiana del 10-8-2015)