Ma noi ci chiediamo se chi ha espresso queste opinioni abbia davvero letto la Commedia, se abbia visto che Dante, in base ai suoi principi, ha collocato anche papi e imperatori all’Inferno, non solo Maometto? Ha visto che i sodomiti non sono collocati all’Inferno, ma anche nel Purgatorio, proprio come i peccatori lussuriosi eterosessuali che possono essere collocati all’Inferno o in Purgatorio? La discriminante non è il tipo di peccato, ma il desiderio che si tramuta in domanda di essere perdonato. Quello che mi sorprende è che non sia stato espresso un giudizio negativo sul fatto che Dante punisca le colpe degli eterosessuali, dal momento che nella società di oggi vige una morale lassista e libertina che considera come positivo e del tutto consono alla vita umana «sottomettere la ragione al talento», cioè all’inclinazione naturale. Insomma il discorso dell’associazione non regge neanche se lo si considera dall’interno, a partire dalla logica delle accuse mosse. Nella Commedia sarebbero discriminati tutti coloro che sono stati violenti, assassini, golosi, avari, prodighi, fraudolenti, … insomma tutti i peccatori. Perché un goloso non dovrebbe sentirsi indignato alla lettura del testo? L’obiezione ci fa sorridere e giustamente?

 

Di cosa sono espressione questi attacchi alla Commedia? Di tutela per i diritti umani o di intolleranza nei confronti del cristianesimo? Di apertura all’altro o della dittatura di quello che nel 2005 l’allora Cardinale Joseph Ratzinger nella Missa pro eligendo romano pontefice aveva chiamato dittatura del relativismo? In effetti, ciò che muove queste accuse non è un discorso logico, ma ideologico. Viene messa sul banco degli imputati la Commedia proprio ora che la chiesa è accusata e vilipesa, che il cristianesimo è accusato a parole e nei fatti come mai è accaduto nella storia della chiesa.

In tanti anni di insegnamento della Commedia non ho mai sentito accusa più insana e irreale. Nessuno studente è mai stato spronato a compiere azioni lesive della dignità dell’altro a partire dal capolavoro dantesco, anzi al contrario le testimonianze mi dicono che l’opera ha spesso indotto i ragazzi a prendere più seriamente la propria vita.  Insomma, Dante che era exul immeritus (esule ingiustamente) e che non ritornò più in patria corre il rischio di essere esiliato ancora oggi, ma questa volta di essere bandito dai programmi e dalle pubbliche letture in Italia, mentre è sempre più apprezzato all’estero tanto che la traduzione è stata realizzata anche in persiano e colei che ne è stata artefice ha affermato che i persiani si sentono affini agli italiani, perché entrambi i popoli apprezzano un capolavoro che parla dell’amore, della bellezza e dell’uomo di oggi.

Questa è la ragione della speranza dell’uomo di oggi. Il fatto che noi tutti abbiamo un cuore che può palpitare di fronte alla bellezza, alla verità e all’amore, un cuore che non ci inganna. Dobbiamo avere il coraggio di confrontare tutto con questo cuore. Chi legge la Commedia col cuore non può che percepire come essa parla di lui, della sua aspirazione ad una vita piena, alla felicità e alla salvezza. Consigliamo a tutti di intraprendere il viaggio con Dante, di iniziare a guardare la profondità del proprio animo, la nostra capacità di male. Dobbiamo guardare la selva oscura in cui ci troviamo, la solitudine del mondo, il non senso che percepiamo nelle nostre giornate. Ogni uomo, quando si trova in difficoltà, vorrebbe risolvere il problema da solo e salire il colle luminoso, la strada giusta, che lui ha visto con i suoi occhi. Da soli, però, non possiamo farcela, perché roviniamo «in basso loco». Allora accade un imprevisto, un incontro che ci salva dalla selva oscura: «Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,/ dinanzi a li occhi mi si fu offerto/ chi per lungo silenzio parea fioco./ Quando vidi costui nel gran diserto,/ «Miserere di me», gridai a lui». La mendicanza è l’atteggiamento più vero che spalanca alla possibilità di salvezza. Da questo atteggiamento scaturisce la possibilità di iniziare a guardare la realtà in maniera più vera, non a partire da quello che abbiamo in mente in noi, ma da quanto è più buono, così come Virgilio dice a Dante nel canto primo: «A te convien tenere altro viaggio […] se vuo’ campar d’esto loco selvaggio». La proposta che Virgilio fa a Dante è di seguirlo, di stare in sua compagnia. Così, dopo che Dante è ancora preso dalla paura, anche nel secondo canto quando è convinto di non essere all’altezza, o nel terzo canto quando deve varcare la porta con sopra l’epigrafe spaventosa («Per me si va nella città dolente…»), Virgilio lo prende per mano «con lieto volto» e lo introduce alle «secrete cose».

Nel canto XVII del Paradiso Dante esprime al trisavolo Cacciaguida la paura di perdere l’ospitalità presso i signorotti dell’epoca nel caso in cui racconti tutto quello che ha visto nel viaggio nell’Oltremondo. Cacciaguida, però, lo riconferma nel suo compito di «removere viventes in hac vita de statu miseriae et perducere ad statuma felicitatis» cioè di «allontanare gli uomini dalla condizione di miseria/peccato/infelicità e accompagnarli alla situazione di felicità/beatitudine» (come il poeta scriverà nella Epistola a Cangrande della Scala inviatagli assieme al Paradiso). Dante non ha avuto paura dell’esilio, della solitudine, ha avuto solo timore di non raccontare la verità e di perdere la gloria presso coloro che avrebbero chiamato antico il suo tempo, cioè noi. Con Dante anche noi ci sentiamo di affermare: «Lascia dir li stolti […]. A voce più ch’al ver drizzan li volti,/ e così ferman sua oppinïone/ prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti» (Purgatorio XXVI). Noi siamo certi che la verità si affermerà («fin che l’ha vinto il ver con più persone» Purgatorio XXVI). Il paradosso è che Dante temeva di perdere la fama se non avesse raccontato la verità, mentre oggi, dopo settecento anni, vogliono eliminarlo, perché si è fatto portavoce di un pensiero forte.

(pubblicato su Cultura cattolica il 16-3-2012)