Quando nel XII secolo Teodoro I fece qui trasferire dalle catacombe sulla Nomentana le sacre spoglie dei santi martiri Primo e Feliciano, lungo il muro perimetrale si aprì una cappella la cui volta fu decorata con un mosaico in stile bizantino su fondo oro. I due santi, che indossano mantelli da viaggio, sono rappresentati su un prato fiorito, ai lati di una croce gemmata sormontata dal Cristo benedicente, secondo un’antichissima iconografia. 

Spoliazioni, saccheggi e terremoti, susseguendosi, determinarono il progressivo declino della chiesa cui pose fine l’intervento di Papa Innocenzo II nel 1130, facendo chiudere le arcate del secondo anello e aggiungendo il portico esterno, con colonne tuscaniche che sorreggono cinque archi che ancora oggi fungono da accesso alla chiesa. Un’ampia cupola ricopre l’ambiente circolare più interno, suddiviso dalla navata circostante da colonne di granito, con capitelli ionici, sormontate da architrave continua sulla quale si innesta il tiburio. All’intervento di Niccolò V, che affidò il completo rifacimento della basilica all’architetto e scultore fiorentino Bernardo Rossellino, si devono le inserzioni rinascimentali, quali l’altare marmoreo centrale e il rivestimento del pavimento. 

Nel 1583 sul muro perimetrale il Pomarancio dipinse il Martirologio, un ciclo di trentaquattro affreschi, inquadrati da altrettante colonne antiche, in cui il pittore rappresenta, con dovizia di particolari, le persecuzioni, le torture e le esecuzioni perpretrate da diversi imperatori, di cui è riportato il nome, a danno dei martiri. La basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio è basilica minore e chiesa nazionale d’Ungheria. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 20-9-2014)