Più complesso è, invece, l’apparato iconografico dell’altro fornice. Qui la chiave d’arco è un Agnus Dei affiancato da San Pietro, San Giovanni Battista e altri Santi tra il quali lo stesso Leopardo e Tecla, la martire cui il vescovo aveva intitolato la prima chiesa.  L’interno a tre navate lascia intuire gli interventi delle diverse epoche. Il cotto del XVI secolo sostituì le capriate di legno del primo edificio e il dipinto di Virgilio Monti nell’Ottocento contribuì ad impreziosire il catino absidale, traendo ispirazione dal Cristo Pantocratore delle basiliche romane. 

Con materiale di recupero, alla fine del XII secolo, si costruì la cripta che comportò il conseguente innalzamento del presbiterio, decorato con un bellissimo pavimento a mosaico in stile cosmatesco. L’ipogeo ha colonne diverse l’una dall’altra e di crescenti altezze. É qui che sono custodite non solo le spoglie di san Leopardo ma anche quelle dei primi santi martiri osimani, Sisinio, Fiorenzo, Diocleziano e Massimo, rei di non aver voluto idolatrare gli dei pagani. Essi riposano in uno stupendo sarcofago romano del IV secolo, con scene di caccia scolpite nella parte inferiore ed episodi tratti dal Vecchio e dal Nuovo Testamento del riquadro superiore. 

Nel Duomo di Osimo si venera un Crocefisso ligneo, regale nel portamento, del XVI secolo. La tradizione vuole che il Cristo nel luglio del 1796 aprì gli occhi e mosse le labbra. Da allora si diffuse nei suoi confronti una profonda devozione. (La nuova bussola quotidiana)