Ci si può quindi immaginare la nostra costernazione quando, giunti di buon mattino al suo convento di Lower  Circular Road (strada che ora gli è stata intitolata), ci venne detto che in quei giorni Madre Teresa si trovava sì nel convento, ma impegnata nel capitolo annuale della congregazione, riunito a porte chiuse. Non poteva quindi ricevere nessuno, e al termine del capitolo sarebbe partita per Oslo immediatamente. 

Decisi però a fare di tutto pur di non dover tornare in Italia a mani vuote, avendo scoperto che la maestra delle novizie era una suora italiana, andammo a chiedere il suo aiuto. La maestra delle novizie, polesana di Cavarzere ( allora una delle pochissime Missionarie della Carità di origine europea) ci accolse con cordialità osservando tra l’altro che eravamo i primi giornalisti italiani venuti a intervistare la Madre dopo la notizia del Premio Nobel. Madre Teresa, che si sentiva molto legata al nostro Paese, tanto più che i suoi unici parenti ancora in vita abitavano a Palermo, aveva anzi osservato con un po’ di sorpresa che erano venuti da lei giornalisti da molti Paesi del mondo, ma fino a quel momento nessuno dall’Italia. 

Aveva quindi avuto con piacere la notizia del nostro arrivo. «Perciò», ci suggerì, «Fate così: venite domattina alla messa con cui inizia la nostra giornata, per assistere alla quale la Madre esce dal capitolo. Terminata  la messa provate a fermarla. Se si ferma potrete intervistarla e fotografarla».

Fidando nel suggerimento della maestra delle novizie il giorno dopo organizzammo…l’agguato. Pensando però che si potesse trattare solo di un fugace scambio di battute mi ero preparato poche brevi domande. Ci fu invece spazio per un vero e proprio colloquio, poi raccolto e pubblicato su Il Sabato della settimana seguente.  Non lo riassumo qui rimandando chi volesse leggerlo alle collezioni ancora reperibili di quel settimanale. Mi limito a dar conto della mia impressione complessiva: quella cioè di trovarmi di fronte una persona che per così dire irradiava la luce della santità.  A parità di santità, diciamo se ciò fosse possibile, ci sono persone che hanno di più, e altre che hanno di meno il dono di dare della loro santità una testimonianza luminosa.  Madre Teresa lo aveva grandemente. 

Quanto poi la gigantesca opera di carità di Madre Teresa avesse una radice essenzialmente contemplativa l’ho cominciato a capire meglio qualche anno dopo, quando nel 1987 ella accettò l’invito a intervenire al Meeting di Rimini. Da Roma, dove era di passaggio,  andò e tornò con un elicottero.  Si concordò che per l’occasione avrebbe fatto da eliporto il campo sportivo di Sant’Arcangelo di Romagna, dove andai a riceverla e poi la riaccompagnai. In quei due brevi viaggi in auto al suo fianco ebbi la conferma di quanto qualcuno mi aveva detto, ossia che la Madre praticava la preghiera continua. 

Se le parlavo mi rispondeva e conversava con cordialità e senza fretta, me se poi la conversazione si interrompeva subito si metteva a pregare a bassissima voce, quasi solo muovendo le labbra. Beninteso, non si aveva affatto l’impressione di disturbarla in un suo spazio riservato di raccoglimento. La sua era una vita pubblica, che però stava come immersa in un’esperienza di preghiera permanente. (La Nuova Bussola quotidiana del 3-9-2016)