Avviso agli adolescenti: «Il bacio», quello famoso, non c’è. Però alla mostra che si è aperta a Palazzo Reale a Milano, dove resterà fino al 13 luglio, «Klimt, le origini del mito» anche i ragazzi che hanno preso più sul serio la Klimt-mania scopriranno senza dubbio qualche cosa di nuovo sul loro artista preferito. La mostra, infatti, non è piccola: oltre cento opere, più disegni, taccuini, perfino banconote disegnate dall’artista viennese. E un percorso didattico – talora perfino troppo – per scoprire la vita, le influenze, la carriera di Gustav Klimt (1862-1918).

Come sociologo, molto interessato al l’influenza dell’arte su come si formano le tendenze e le mentalità, la domanda che mi sembra più rilevante è perché tantissimi giovani d’oggi siano innamorati di Klimt che, dopo tutto, è un prodotto di un mondo lontanissimo dal nostro? Contestatore ma non troppo del suo contesto sociale – amava dare scandalo, ma lavorava facendosi pagare piuttosto bene per i ricchi e i potenti – Klimt è una voce della «finis Austriae», il mondo che accompagna l’Impero austro-ungarico, proprio mentre sembrava al massimo del suo splendore, verso la crisi e la fine. L’artista muore più o meno con l’Impero, nel 1918.