L’altra mattina sono stata presa d’assalto esattamente da uno di questi momenti e, confesso, la sensazione era strana. «Ti posso presentare Camilla?», dice Elena entrando nella mia stanza. «Ha proprio il desiderio di riflettere con qualcuno di noi». Stringo una mano magrolina, mi presento e la invito a sedersi sul nostro divano. Camilla è una delle persone che scelgono di sedersi, invece, accanto a me, sul pouf vicino alla mia poltrona. «Posso stare qui?», mi domanda incerta.

Vengo così strappata ai miei pensieri quasi brutalmente. Non sono più autorizzata a rigirarmi nel mio bozzolo fatto di dubbi. Proprio questa mattina, arrivando nella mia stanza dei colloqui, ho accarezzato le mie piante e le ho sentite flosce e avvizzite.  Ho pensato, come tante altre volte, che con le storie drammatiche, piene di sofferenza, ascoltate in questi trent’anni, non riescano a essere rigogliose come le vorrei. Anche le piante hanno bisogno di parole di vita. Così, dolorosa e tragica, ugualmente la storia di Camilla. «Ho venticinque anni e sono arrivata a Milano all’età di due mesi.  Sono rimasta orfana di madre a cinque anni e, da allora, la mia vita è stata avvolta dalla scarsa voglia di vivere. Mio padre, attualmente, mi sta facendo la ‘guerra’ ma io lo stimo molto perché, da solo, ha cresciuto tutti noi tre. Ho infatti una sorella e un fratello maggiori e, anche con loro, attualmente, non ho relazioni. Sono sola, sola al mondo».

Provo una pena infinita; è come se mi mancasse l’aria. «Non è stato sempre così, vero? Che cosa sta accadendo?». «É vero! Non è stato sempre così. Ora, però, sono incinta e, farà fatica a crederlo, la mia famiglia se ne vergogna. Mi impongono di abortire perché a quel punto tornerebbe tutto nella normalità». Il silenzio si impone non per la motivazione metodologica ma perché sembra quasi impossibile che “la normalità” sia di questo color grigio plumbeo. Camilla sente il bisogno di precisare ulteriormente: «Mio padre aspira solo alla pensione. É’ malato di una malattia degenerativa e dice che se la caverà da solo. Il padre del bambino che aspetto se n’è andato con un’altra, eppure avevamo una relazione stabile! La sua famiglia, forse, è più disponibile ma avendo in casa lui con l’altra…». Sempre più difficile! Le chiedo di un suo eventuale lavoro.  Mi risponde: «Sono in contatto con un’agenzia interinale che mi manda a fare la commessa dove ce n’è bisogno. Pensi che nel mese di agosto mi hanno chiamato per quattro giorni. Come posso pensare di far nascere un bambino in queste condizioni? Domani andrò a ritirare il certificato col quale prenotarmi per l’interruzione». 

Conosciutissimo momento di panico!  Che cosa facciamo ora? Velocemente tento di rimettere ordine nei miei pensieri: so che io, noi, ci siamo; però servono anche tutte le altre cose necessarie per vivere. Non ha casa… Noi abbiamo gli appartamenti per l’accoglienza tutti occupati. Un divano!  Sì, un divano da mettere nella casa delle mamme. La casa è autogestita e dovreste cercare di convivere facendo turni per le pulizie.  Potrebbe andarle bene? E poi dovrà vivere… La Regione non accetterebbe una domanda di “Fondo Nasko” per lei poiché è ancora sullo stato di famiglia del papà; faremo noi questa parte. E il corredino, le attrezzature e i pannolini?  Tutto ciò sarà compreso nel progetto insieme al nostro lavoro di tipo psico-pedagogico.

«Come le sembra?». «Questo bambino è mio figlio. Il vostro progetto è bellissimo e già mi sento meno sola e con tanta speranza. Nascerà!». Finalmente mi posso permettere di respirare regolarmente e mi accorgo che anche Camilla è più distesa e serena. Ritorno ai miei pensieri iniziali. Ecco perché facciamo il Gala Cav 2014! É la Festa della Vita!