altNella serata dell’8 luglio – la notte italiana – Papa Francesco dall’Ecuador è arrivato in Bolivia, dove di fronte a una grande folla ha celebrato Messa il 9 luglio nella Piazza del Cristo Redentore a La Paz, prima d’incontrare i sacerdoti e i movimenti popolari in serata (ne daremo conto domani).

In quella che il beato Paolo VI chiamava la «civiltà dell’immagine» – e oggi la prevalenza dell’immagine sul testo è semmai aumentata a dismisura rispetto ai tempi di Papa Montini – i discorsi del Pontefice rischiano di passare in secondo piano rispetto alle immagini del Papa che riceve il discutibile dono del presidente boliviano Morales – un crocefisso di rara bruttezza su una falce e martello – e che, come del resto aveva fatto san Giovanni Paolo II nel suo viaggio in Bolivia del 1988, beve in aereo tè con foglie di coca, ascoltando i consigli di chi ne vanta l’efficacia come rimedio per l’altitudine di La Paz. Dal momento che tutti gli altri media parlano, fin troppo, delle immagini, vorrei qui concentrarmi sui discorsi, dove – crocefissi o no – il Papa ha espresso chiaramente di fronte ai rappresentanti del governo la richiesta di tutela della vita, della famiglia, della libertà religiosa, insieme a una rinnovata denuncia della tecnocrazia e dei danni che procura ai poveri. Tra i mali da combattere ha citato ancora una volta le «pseudo-soluzioni provenienti da prospettive che non giovano alla famiglia ma che provengono chiaramente da colonizzazioni ideologiche». Con parole significative nel contesto boliviano, Francesco ha pure distinto, nell’incontro con la società civile, la vera luce della fede da quella falsa dell’ideologia. «La fede è una luce che non abbaglia; le ideologie abbagliano, la fede non abbaglia, la fede è una luce che non offusca, ma rischiara e orienta con rispetto la coscienza e la storia di ogni persona e di ogni società umana».