Ma qual è questa immagine? Attori, attrici, presentatori e showman sempre belli, allegri e frizzanti, le cui vite private sono un disastro umano. E che, dai rotocalchi, «danno l’esempio» alle masse. Si faccia caso anche a questo: chi muore nei film trapassa sempre in modo stoico, e l’eroe è sempre ateo. La realtà, per fortuna, è diversa, ma il «modello» offerto è un altro. Il caso di Olalla Oliveros ci insegna pure un’altra cosa: chi abbandona il deserto dell’effimero difficilmente sceglie una comunità religiosa di tipo progressista. Chi aveva tutto dalla vita non abbandona tutto per “qualcosa”, ma per il suo esatto contrario. Per questo il caso di suor Olivares è molto differente da quello di suor Scuccia: la prima, dalle luci della ribalta al convento; la seconda ha fatto il cammino opposto (e il Gabibbo l’ha prontamente satireggiata). Quasi tutti i grandi convertiti della storia che hanno condotto una vita burrascosa o scintillante hanno optato per la trappa o per un ordine religioso estremo, il più duro presente al momento, talvolta quello votato alle attività più repellenti. Speriamo che i superiori di suor Olalla, dopo averle ordinato l’outing del 2010 (cosa lodevole, perché di buoni esempi non ce ne sono molti in giro), la lascino alla sua vita di intercessione, lontana da quei riflettori che si è gioiosamente lasciata alle spalle. (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 3-7-2014)