altdi Massimo Introvigne

La sentenza della Cassazione sull’ciI e altre tasse analoghe sugli immobili che le scuole non statali dovrebbero pagare – anche se operano in perdita, e a meno che siano gratuite per gli alunni – è un esempio tipicamente italiano di giustizia a orologeria, come ha spiegato su queste colonne Riccardo Cascioli. Casomai i cattolici volessero alzare la testa e cercare di fermare la legge Cirinnà sulle unioni civili omosessuali, si manda loro per tempo un avvertimento: non ci provate, o vi tagliamo i viveri. Questa, però, è solo una parte della storia. Come nella proverbiale vicenda del poveretto che, per fare dispetto alla moglie, si taglia gli attributi, lo Stato minaccia in realtà di tagliare i viveri a se stesso. I conti sono stati fatti già da tempo dall’Agesc, l’Associazione dei Genitori delle Scuole Cattoliche, e non sono mai stati smentiti: hanno ricevuto solo obiezioni deboli, che discuterò dopo averli esposti.

Benché l’Italia patisca una grave crisi demografica – in parte compensata dal fatto che anche i figli degli immigrati vanno a scuola -, il suo sistema scolastico è economicamente inefficiente per cui, diminuendo il numero di bambini, i costi anziché diminuire aumentano. Per ogni allievo lo Stato spende in media all’anno 6.116 euro per gli asili, 7.366 nelle elementari, 7.688 nelle medie inferiori e 8.108 nelle superiori. Il conto totale è di 58 miliardi di euro, una delle poste principali della nostra spesa pubblica.