alt«Cara, piccola, bella Pinoka, il tuo fratello grande che fa la guerra, ha ricevuta oggi con grande piacere la tua lettera, e siccome vede che fra tutti quelli di casa tu sei la più premurosa nel dargli notizie, vuol farti una bella sorpresa, e farti trovare, subito dopo il tuo arrivo a Bellaria, la presente lettera. Dunque tu sei al mare con l’Angela [un’altra sorella], e chissà che gioconde nuotate fai. Mi verrebbe quasi voglia di invidiarti un po’, ma poi mi riprendo; se non ci fossimo noi a far la guerra con i comunisti, sai, al mare non ci potrebbe andare nessuno di noi Italiani. Chissà che disastro se questi Russi avessero invaso l’Italia! Ma la Provvidenza non l’ha permesso!».

A scrivere è Eugenio Corti (1921-2014), il grande romanziere cattolico famoso in mezzo mondo – dagli Stati Uniti al Giappone – per l’epopea epica de Il cavallo rosso e autore de I più non ritornano, Gli ultimi soldati del re, Il Medioevo e altri racconti, ma pure Processo e morte di Stalin nonché la ricca raccolta di saggi Il fumo nel tempio. Quando Corti scriveva quelle parole era tutto un altro mondo; era il 5 agosto 1942, in Russia, durante quell’immane e immonda Seconda guerra mondiale che, prolungando la Prima e sfociando nel totalitarismo comunista realizzato anche grazie a un democraticismo imbelle incapace di averne ragione, ha segnato il punto più buio della storia umana, il Novecento.