Se questo è vero, ne consegue che «la realtà visibile della Chiesa non è misurabile, non è conoscibile in tutta la sua pienezza: come si fa a conoscere tutto il bene che viene fatto? Tante opere di amore, tante fedeltà nelle famiglie, tanto lavoro per educare i figli, per trasmettere la fede, tanta sofferenza nei malati che offrono le loro sofferenze al Signore… Ma questo non si può misurare ed è tanto grande!». Anche da questo punto di vista, la realtà della Chiesa «va oltre il nostro controllo, va oltre le nostre forze, ed è una realtà misteriosa, perché viene da Dio».

Per comprendere il rapporto nella Chiesa tra la sua dimensione visibile e quella spirituale, «non c’è altra via che guardare a Cristo, del quale la Chiesa costituisce il corpo e dal quale essa viene generata, in un atto di infinito amore». In effetti, anche in Cristo «riconosciamo una natura umana e una natura divina, unite nella stessa persona in modo mirabile e indissolubile». È il mistero dell’incarnazione. «Ciò vale in modo analogo anche per la Chiesa. E come in Cristo la natura umana asseconda pienamente quella divina e si pone al suo servizio, in funzione del compimento della salvezza, così avviene, nella Chiesa, per la sua realtà visibile, nei confronti di quella spirituale». Anche la Chiesa dunque a suo modo «è un mistero, nel quale ciò che non si vede è più importante di ciò che si vede, e può essere riconosciuto solo con gli occhi della fede».

Nelle sue catechesi, il Papa si chiede sempre come queste verità possano trasformare la nostra vita quotidiana. Pone dunque un’altra domanda: «come la realtà visibile può porsi a servizio di quella spirituale?». La risposta va cercata ancora una volta nel rapporto analogico tra la Chiesa e Gesù Cristo: «quando si guarda Cristo non si sbaglia». Nel Vangelo di Luca leggiamo che nella sinagoga di Nazareth Gesù lesse ad alta voce, riferendolo a se stesso, questo brano di Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore».  Vediamo qui come Cristo «si è servito della sua umanità – perché era anche uomo – per annunciare e realizzare il disegno divino di redenzione e di salvezza – perché era Dio». E «così deve essere anche per la Chiesa». «Attraverso la sua realtà visibile, di tutto quello che si vede, i sacramenti e la testimonianza di tutti noi cristiani, la Chiesa è chiamata ogni giorno a farsi vicina ad ogni uomo, a cominciare da chi è povero, da chi soffre e da chi è emarginato, in modo da continuare a far sentire su tutti lo sguardo compassionevole e misericordioso di Gesù». 

Ma, in pratica, come può ognuno di noi contribuire a mostrare al mondo la realtà spirituale della Chiesa attraverso la sua realtà visibile, se siamo peccatori? Certo, «tutti siamo peccatori. Nessuno di tutti noi può dire: “Io non sono peccatore”. Ma se qualcuno di noi si sente che non è peccatore, alzi la mano. Tutti lo siamo». Ed è giusto che i nostri peccati «procurino in noi un profondo dispiacere, soprattutto quando diamo cattivo esempio e ci accorgiamo di diventare motivo di scandalo. Quante volte abbiamo sentito, nel quartiere: “Ma, quella persona di là, va sempre in Chiesa ma sparla di tutti…”. Questo non è cristiano, è un cattivo esempio: è un peccato». 

Tuttavia il peccato non è l’ultima parola: si può superare con la fede, la penitenza e la preghiera, «Nonostante la nostra pochezza e la nostra povertà, il Signore ci ha reso davvero strumento di grazia e segno visibile del suo amore per tutta l’umanità. Possiamo diventare motivo di scandalo, sì. Ma possiamo anche diventare motivo di testimonianza, dicendo con la nostra vita quello che Gesù vuole da noi». (pubblicato su La nuova bussola quotidiana del 29-10-2014)