Cosa si cela dietro il successo della fiction italiana Don Matteo? Giunta alla nona stagione, la nuova serie di Don Matteo è partita su Raiuno lo scorso 9 gennaio ed ha raggiunto tutti i giovedì di messa in onda una fetta di pubblico che si aggira intorno agli 8 milioni di telespettatori e uno share che oscilla tra il 28 e il 30%. Un risultato inaspettato persino per gli stessi creatori e sceneggiatori della serie che avevano ipotizzato molto meno. Le avventure del prete in giallo, interpretato dal bravo Terrence Hill, sembrano aver conquistato il cuore di una certa Italia in cerca di prodotti televisivi dove il divertimento si concilia alla perfezione con la riflessione in un prodotto finito in cui la finalità etica e quella educativa non sono  banali né scontate.

Non c’è mai violenza in Don Matteo, non ci sono serial killer che si aggirano per la piccola cittadina di provincia, solo in rari casi i colpevoli si macchiano del crimine di omicidio, mai cattiveria pura negli atti che si commettono e non di sente dire neanche un parolaccia, a meno che questa non si renda utile ai fini del racconto e non abbia uno scopo ben preciso come accade nella recente puntata in cui il simpatico Maresciallo Cecchini insegna per sbaglio alla nipotina una brutta parola e, nel tentativo di riparare il danno, la convince che vuol dire “ti voglio bene” incurante dei danni. Una scelta quasi voluta per ricordare a noi grandi che i bambini ci guardano e ripetono quello che facciamo e diciamo.