Quando l’uomo dimentica che i mezzi sono solo modalità di comunicazioni utili in talune circostanze, li trasforma nella propria voce”. E qui chiaramente Fighera si riferisce ai rischi del mondo di internet. Sull’argomento sono interessanti le raccomandazioni del papa emerito Benedetto XVI, su come utilizzare gli elementi digitali. Naturalmente il problema non è lo strumento in sé, che può favorire la diffusione della buona novella e del Regno di Dio, ma la coscienza che ha l’uomo di se stesso.

Nella seconda parte del testo, “La coscienza dell’uomo del passato”, il professore Fighera, offre una interessante sintesi del processo di disgregazione dell’uomo e della cosiddetta società occidentale, tralasciando volutamente le altre civiltà. Fighera parte dell’antichità, perlustrando la cultura ebraica e quella greca. Si sofferma sulla nozione di cuore presente nella Bibbia che non è solo vita affettiva, ma una realtà più ampia, che include tutte le forme della vita intellettiva. “Nel Nuovo Testamento –scrive Fighera – Gesù sottolineerà la necessità di purificare il cuore, cioè di renderlo puro, perché aspiri alla giustizia, al bene, all’amore di Dio e del prossimo. Infatti, proprio in questa aspirazione dell’uomo all’amore e al bene, in questa esigenza di felicità e di compimento risiedono la somiglianza dell’uomo con Dio e la sua aspirazione inesausta al Creatore”. Per molti secoli, gli ebrei hanno creduto che non esistesse dopo la morte un premio per i giusti e un castigo per gli empi, perché tutti finiscono nell’Ade o Inferi o Sheol. Col tempo, questa visione è mutata e inizia a farsi largo nella religiosità ebraica, la convinzione che l’anima sopravvive al corpo e che vi sia un destino diverso per i giusti e per gli empi.

Accanto alla cultura ebraica, c’è quella greca che ha un ruolo determinante nell’evoluzione della coscienza dell’uomo. Infatti, “la filosofia e l’arte greca occupano uno spazio di prim’ordine per la crescita della cultura occidentale successiva”. Peraltro, la filosofia, è considerata dalla quasi totalità degli studiosi “una creazione propria del genio dei greci”. Tuttavia, “proprio grazie alla filosofia la civiltà occidentale prese una ‘direzione completamente differente rispetto a quella orientale” e gli orientali, allorchè vollero beneficiare della scienza occidentale e dei suoi risultati, hanno dovuto far proprie alcune categorie della logica occidentale”. Per certi versi è stata proprio la filosofia a far nascere la scienza, a generarla. Infatti in certe culture la scienza viene soffocata, vedi mondo islamico.

Oltre alla filosofia, altra gemma greca è l’arte, che segnerà un cammino indelebile nel cammino della cultura mondiale. Fighera fa riferimento ai Poemi omerici, ai suoi eroi, in particolare Ulisse, alla nascita per la prima volta nel mondo occidentale dell’anima, alla sua fondamentale importanza, “la coscienza pensante e operante”, “con l’io consapevole”, “con la personalità intellettuale e morale”. L’anima per la prima volta, appare nettamente distinta dal corpo. Platone affermerà che il destino differente per le anime dei malvagi e per quelle dei giusti, successivamente con Aristotele sarà superata l’antitesi platonica tra anima e corpo. In pratica con i tre filosofi, Socrate, Platone e Aristotele, la Grecia matura una coscienza nuova dell’uomo. Ci stiamo avvicinando al cristianesimo scrive Fighera, quando il Logos si rivelerà assumendo un volto umano. Insieme a questa idea di uomo in Grecia si svilupperà un’arte che non si era mai vista e un ideale educativo, ispirato alla “Kalokagathia, cioè alla bellezza esteriore e alla nobiltà d’animo, alla formazione della mente combinata con l’esercizio fisico”. Nell’eroe greco scopriamo la bellezza esteriore mischiata a quella interiore.

Dai filosofi greci passiamo alla cultura romana, questo avviene dalla mediazione dei circoli culturali come quello degli Scipioni e a figure come Cicerone che porterà a Roma parte della saggezza greca con le sue sterminate opere. Il professore Fighera evidenzia la figura di Enea, quello che incarna più di ogni altro la tradizione romana. Virgilio scelse il pio Enea, devoto alla famiglia, alla patria, alla civitas. Infatti, Enea“si differenzia dagli altri eroi romani perché cerca la risoluzione non con la guerra, ma dapprima attraverso vie alternative, più diplomatiche e ragionevoli”. In Enea secondo il professore Fighera, “si compenetrano il senso dell’appartenenza a una collettività e la responsabilità per la missione affidategli dagli dei, quella di ricostruire la patria distrutta dai greci(…)Rappresenta l’ideale di uomo romano, dedito allo Stato e alla patria, non proteso su stesso, ma disposto ad abbandonare tutto per la realizzazione di Roma, di un grande Impero(…)”. Fighera conclude il capitolo accennando alla figura del martire, del testimone del messaggio di salvezza, della morte e della resurrezione di Cristo. Dal primo martire Stefano, agli Apostoli, fino alle migliaia di martiri dei nostri decenni che continuano a testimoniare la professione di fede fino alla morte. Il capitolo successivo è dedicato al Medioevo. Dal martire al cavaliere. Naturalmente occorre sfatare il pregiudizio storico sui cosiddetti “secoli bui”. “Tanta letteratura successiva al Medioevo – scrive Fighera – ha diffuso lo stereotipo secondo il quale nell’epoca medievale l’uomo fosse in secondo piano, schiacciato e oppresso dalla divinità e solo il Rinascimento avrebbe scoperto il valore centrale dell’uomo, lo avrebbe riposizionato al centro del cosmo”. A sfatare questo pregiudizio ci pensa però santa Ildegarda di O. Bingen, dove in una miniatura, compare la figura di un uomo circondato da Dio con il sua abbraccio misericordioso. La miniatura assomiglia all’uomo vitruviano realizzato da Leonardo da Vinci, ma qui però Dio scompare.