altIl prossimo 1 maggio l’enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II compirà 25 anni. Ieri e oggi si tiene presso la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, guidata dal Vescovo Marcelo Sánchez Sorondo, un convegno internazionale commemorativo dell’evento. La stampa ne ha parlato soprattutto per alcuni ospiti invitati, come il candidato democratico alle primarie americane Bernie Sanders, i leader politici del socialismo sudamericano Rafael Correa, presidente dell’Ecuador e Evo Morales, presidente della Bolivia. 

Può essere utile ricordare il significato e l’importanza della Centesimus annus.

L’enciclica Centesimus annus di Giovanni Paolo II non è stata certo un documento sociale invertebrato e di semplice apertura ad ogni tipo di collaborazione in vista di un generico umanesimo. E’ stata, invece, la riproposizione del corpus della Dottrina sociale della Chiesa, in tutta la sua valenza dottrinale e pratica, dopo il crollo del comunismo, nella speranza che un ripensamento globale dell’intera questione sociale fosse messo all’ordine del giorno anche dal mondo occidentale. 

L’enciclica è molto incentrata sull’uomo, via della Chiesa, ma visto nella “integralità della sua vocazione”, ossia dentro il progetto di Dio a cui egli è finalizzato, in quanto la Chiesa “riceve il senso dell’uomo dalla divina rivelazione” (55). L’apparente “umanesimo” dell’enciclica è in realtà teocentrico: il mondo ha bisogno non tanto di riforme materiali quanto di rimettere Dio al centro della propria costruzione, “l’antropologia cristiana è in realtà un capitolo della teologia” (55).

Anche il giudizio sul crollo del comunismo va in questo senso. Quel sistema è venuto meno per un errore antropologico (13), ossia per una errata visione della persona umana, ma nello stesso tempo si tratta anche e soprattutto di un errore teologico, perché quella ideologia voleva “sradicare il bisogno di Dio dal cuore dell’uomo” (24).