Dopo le scuole elementari e medie presso le suore Marcelline, Carlo si era iscritto al liceo classico Leone XIII di Milano dove testimoniò nella quotidianità la sua fede con parole e opere. Qui il giovane, trasportato dall’amore crescente (che riceve dall’Eucarestia e dalla Madonna, da lui indicati come le colonne fondanti la sua vita) verso il suoi compagni, nutrì sempre più passione per coloro che soffrivano ma che erano alla ricerca di un senso. Sono proprio questi “ultimi”, pur non sempre comprendendolo, ad averlo amato maggiormente, mentre chi lo osteggiava ne aveva spesso stima per la forza con cui difendeva controcorrente la sua fede e per la coerenza di cuore con cui la seguiva. Come quella volta che in classe, solo e di fronte a tutti, Carlo aveva difeso la vita contro l’aborto. O come quando ricordava alle compagne la preziosità della loro persona e del loro corpo da amare come sacro e da difendere con pudore. Battendosi spesso anche contro il divorzio chiedeva sempre alle suore di clausura di pregare per lui e la sua purità.

Insomma, convinto di dover testimoniare la grazia incontrata, l’adolescente era pronto ad accettarne anche le conseguenze dolorose, sapendo che la maggioranza “ha solo ragione quando è nella Verità, mai perché è maggioranza”. Segno di contraddizione, Carlo era quindi guardato, come se quel suo sguardo puro non potesse non rassicurare o per lo meno interrogare i suoi coetanei sballottati dall’edonismo relativista. A confermarlo fu anche la presenza inaspettata al suo funerale di centinaia di persone di ogni tipo, dalle più ricche e borghesi di Milano, alle più povere e straniere, facendo emergere la capacità di Carlo di andare incontro a chiunque per annunciare il Vangelo, tanto che alcuni dopo aver parlato con lui confessarono di aver chiesto il battesimo. Non solo, per raccontare la potenza di Cristo incarnato e presente nei sacramenti, il giovane convinse i suoi genitori a portarlo nei luoghi del mondo in cui erano avvenuti i miracoli eucaristici, mettendoli poi in mostra su centinaia di pannelli. Sopratutto per questo il giovane, diffondendo la mostra in rete, affinò le sue competenze informatiche, sapendo che potevano essere uno strumento formidabile per annunciare Cristo a tutto il mondo.

Come ogni “servo di Dio”, Carlo non ebbe tanto il problema della perfezione mondana, ma solo della felicità. Non a caso, si distraeva, veniva anche ripreso dai professori ed era pieno di passioni come altri suoi compagni. La sua coerenza di cuore non era dunque uno sforzo moralista di una personalità eccezionale, ma la conseguenza di una sete costante dell’amore incontrato, che non gli permise di smettere di parlare a tutti di Gesù con grande normalità e disinvoltura, così come della Madonna, della morte, del giudizio divino, dell’inferno e del paradiso. Oltre all’ordinarietà del giovane, la cui anima toccata dall’eterno non poteva più accontentarsi di qualcosa di meno, quel che permise a Dio di usare Carlo come segno costante di “Altro” in un mondo razionalista è stata la sua umiltà. La stessa usata dalla Madonna come mezzo per farsi presente in un momento storico gravemente secolarizzato. Tanto che Carlo guardava ai pastorelli di Fatima, imitandoli nella sequela al messaggio mariano, amando il Cuore Immacolato di Maria, pregando e offendo sacrifici per riparare le offese ad esso arrecate e in suffragio delle anime del purgatorio. Fino ad offrire, quando la leucemia fulminante lo assalì inaspettatamente, la sua sofferenza e la sua vita per il Papa e per la Chiesa. 

E’ così che in un mondo che sembra in perdita dei suoi giovani, Cristo ha usato il “sì” del figlio normale di una semplice famiglia cattolica per ricordare a questi l’eroicità del quotidiano. Come a volerne risvegliare il desiderio spesso precocemente offuscato e ridotto dal nichilismo facendosi uno fra loro. (La Nuova Bussola quotidiana del 25-11-2016)