Così come i tanti conflitti che insanguinano l’Africa, che in verità meriterrebbero più attenzione, non fosse altro perché la metà delle situazioni violente classificate come guerre dall’istituto di Heidelberg ha avuto luogo nella regione sub-sahariana del continente africano: solo in Sudan e nel Sud Sudan sono state registrate cinque situazioni di conflitto che hanno raggiunto il livello più preoccupante, mentre vere e proprie guerre sono state combattute, oltre che nel Mali e nella Repubblica Centroafricana, in Somalia, Nigeria e Repubblica Democratica del Congo.

 

Le altre guerre sono state combattute in Medio Oriente (Egitto, Siria, Yemen, Iraq e Afghanistan) e Asia (Pakistan e Filippine con gli scontri tra forze governative e gruppi secessionisti islamici). Per quanto riguarda il continente americano, l’unica Nazione presente nella lista delle situazioni più gravi è il Messico. Il rapporto si sofferma infatti sul confronto estremamente violento in atto nel Paese tra i cartelli della droga e sulla lotta delle forze di sicurezza contro il narcotraffico. Lo scorso anno il Messico ha dovuto contare più di diecimila assassinii e a rendere più grave l’emergenza ha contribuito la comparsa sulla scena nazionale delle cosiddette autodifese, gruppi armati che in talune regioni hanno combattuto sia contro i cartelli della droga che contro lo Stato.

Le situazioni di conflitto continuano ad alimentare un settore fiorente, uno dei pochi che non risente della crisi economica a livello planetario: il mercato delle armi. Secondo il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) solo nel 2012 sono stati investiti 1.750 miliardi di dollari in spese militari. Di questa cifra, ben l’8 per cento è destinata alle guerre in Medio Oriente. E anche di questo si parla poco. Troppo poco. (pubblicato su Tempi.it dalla redazione, tratto da “Osservatore romano”)