[…] Che cos’è la bellezza? Come possiamo definirla? Io penso che la questione non sia quella di definire la bellezza, cioè il problema non è quello di chiudere la bellezza all’interno di confini, ma quello di osservare quello che la bellezza suscita in noi. Quando noi vediamo qualcosa che è davvero bello, la prima reazione è uno stupore, una meraviglia, che ci fa rimanere estasiati, in contemplazione. Pensiamo a una musica bella. Pensiamo alla sinfonia 40 di Mozart o alla Cappella Sistina di Michelangelo. Nel momento in cui noi cerchiamo di definire la bellezza, noi già la stiamo deturpando, la stiamo in un certo senso corrompendo, perché siamo presi come da un desiderio di possesso della bellezza stessa. Invece, la bellezza va ammirata. Bisogna vedere dove ci porta la bellezza.

È anche vero che quando io mi interrogo sulla bellezza di certe opere, mi rendo conto che c’è sempre un legame molto profondo tra l’arte e la realtà. Con questo non intendo dire che l’arte deve essere per forza realistica. Nel primo atto dell’Amleto il protagonista parla con il fantasma del padre. Questi gli dice: “Non rivelare a nessuno quello che hai visto”. Più tardi Amleto riferirà all’amico Orazio: “Ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia, Orazio”. La realtà è sempre più ricca di ogni immaginazione e, quindi, l’arte potrà e dovrà sempre prendere spunto dallo stupore per la realtà. La filosofia, la scienza, l’arte hanno la stessa scaturigine. Per lo scienziato Antonino Zichichi la scienza è nata dal credito che gli scienziati hanno dato alla stupefacente bellezza del creato, perché hanno creduto al fatto che nella realtà ci fossero delle leggi, delle regole, un ordine. Manzoni nell’opera De inventione sostiene che l’artista non inventa mai nulla. “Inventare”, infatti, deriva da “invenire” che vuol dire “trovare”, “scoprire”. Quindi l’artista è come se trovasse nel creato le norme e le impronte del creatore. Dante è dello stesso avviso. Infatti, apre il Paradiso così:

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
 

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende.
 

Che significa? La bellezza che c’è nel creato è la sorgente dell’opera d’arte, è la sorgente di ogni atto, di ogni iniziativa artistica. La genesi dell’arte proviene sempre da un accadimento o dall’attesa di un evento, così come pensano Eliot e Montale che sostengono che l’arte e la letteratura devono raccontare l’oggetto, la persona, l’incontro, “una catena di eventi pronta a trasformarsi nella formula di un’emozione particolare”.

C’è, poi, un legame molto profondo anche tra la bellezza e la bontà. La bellezza non è slegata dalla bontà. Io penso a mia figlia: quando un bambino dice “mamma sei brutta” o “papà sei brutto” intende dire che si è comportato male. Nel bambino questa coincidenza tra bellezza e bontà è chiarissima. Non siamo noi adulti ad avere insinuato in lui la nozione di una identità tra bontà e bellezza. Per un bambino la mamma è bella sempre, perché è buona, è il suo punto di riferimento. Quindi la mamma è bella e buona. Ma nell’epoca moderna, in maniera drammatica, è avvenuta una separazione tra bellezza e bontà. È quello che Shakespeare, nell’atto terzo dell’Amleto, descrive nel dialogo tra Amleto e Ofelia. Quando Amleto decide di lasciare Ofelia e si finge pazzo, allora la convoca dopo il famoso monologo (“Essere o non essere”) e le chiede: “Siete bella? Siete onesta?”. Ofelia non capisce. E allora Amleto insiste: “Se siete bella e se siete onesta, non lasciate che la vostra onestà discorra con la vostra bellezza, perché oggigiorno è più facile che la bellezza corrompa la bontà, piuttosto che la bontà possa migliorare la bellezza”. Ecco, qui è chiarissimo che tra bellezza e bontà è avvenuta una separazione netta. Come siamo distanti dall’immagine che ha Dante di Beatrice, quando nella Vita nova scrive “Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia”. La bellezza di Beatrice proviene dal fatto che è bella e anche buona. La bontà straripante che c’è nel suo animo la rende ancor più bella. Ma pensiamo a come si comporta Beatrice nei confronti di Dante all’inizio del Paradiso, quando si mette a guardare verso l’alto. L’atteggiamento di Beatrice non è quello di far fissare Dante su di lei. Dante per osmosi si mette a guardare in alto. Beatrice qui è come se fosse educatrice e maestra. Un maestro non indica se stesso, un maestro indica sempre qualcosa d’altro; e che cosa indica se non il bello e il vero? Quello che prova Dante in quel momento è qualcosa di sconvolgente. È qualcosa di indescrivibile. Non può raccontare l’esperienza di andare oltre la natura umana: è un’esperienza inenarrabile, come tutte le grandi esperienze della vita che noi proviamo. Ce ne rendiamo conto quando proviamo a raccontare e a descrivere queste esperienze: sembrano già decadere, sembrano essere sminuite.

Dante afferma anche che in realtà tutte le cose sono belle nella loro misura. Nel primo canto del Paradiso Leggiamo: “Le cose tutte quante/ hanno ordine tra loro, e questo è forma/ che l’universo a Dio fa somigliante”. Ciò vuol dire che c’è qualcosa che è eminentemente bello, ma in realtà tutta la realtà è bella perché in tutta la realtà c’è l’impronta di Dio. Siamo noi che spesso non siamo in rapporto giusto con la realtà, perché se fossimo in questo rapporto giusto noi coglieremmo la bellezza di tutta la realtà (san Tommaso). È un po’ quello che scorge un genitore quando guarda il figlio. Il figlio può commettere qualsiasi azione anche negativa, ma la mamma nei suoi confronti prova sempre un sentimento di amore. È quello che racconta Antoine De Saint-Exupery quando parla della rosa e del principe. Il principe, quando vede che ci sono altre rose, si sente un po’ tradito perché era convinto che la sua fosse la sola rosa e che quella rosa fosse bellissima perché era l’unica. Ma in realtà si rende conto che ci sono tantissime rose. A quel punto è chiamato a riconoscere che la rosa è bella perché lui la ha dedicato del tempo: è il tempo che lui dedicato a quella rosa che la fa diventare unica per lui, che la fa diventare importante. Ecco, l’identità tra buono, vero e bello, che è sempre esistita nell’arte. Questa identità esisteva nell’arte classica, così come esisteva nell’estetica cristiana.

Invece, la modernità ha portato in primo luogo alla perdita del simbolico. Quando parlo di perdita del simbolico intendo dire che nell’epoca contemporanea è come se l’uomo avesse sempre più pezzi di un puzzle. Pensate le conoscenze come sono aumentate. L’uomo contemporaneo ha aumentato le conoscenze, ha aumentato i pezzi del puzzle. Ma non sa più che cosa farsene di quei pezzi. Non sa più quale sia l’immagine da ricostruire. Nel Medioevo i pezzi del puzzle erano ben pochi. Ma l’uomo sapeva che l’immagine finale del puzzle era positiva, era bella. È come se si fosse persa l’unità tra il particolare e il senso o tra il particolare e l’universale. Ma nell’arte contemporanea è accaduto anche altro. È accaduto uno strappo ancora più forte. Lo strappo tra il contenuto e la forma. Lo strappo tra l’idea e la forma. Direi che l’epoca contemporanea è l’epoca dell’ideologia. È l’epoca in cui l’idea stessa può diventare opera d’arte. Un artista di nome Anselmo realizza un’opera d’arte di nome Torsioni, prendendo un pezzo di spago e legandolo a un muro: di fronte a quest’opera noi non capiamo, noi profani. Lui spiega che la tensione a cui sottopone questo spago gli viene restituita, e quindi quell’opera d’arte rappresenta in un certo senso la forza, la reazione e la controreazione. Ecco, di fronte a queste spiegazioni siamo ormai abituati a riconoscere che noi siamo profani, siamo ignoranti, non capiamo, dobbiamo essere sudditi dell’artista, ma soprattutto sudditi del potere del critico d’arte. Oggigiorno vi è il trionfo del critico d’arte. Ma non è mai stato così. Noi dobbiamo davvero fare lo sforzo, la fatica di compiere un passo indietro per capire che l’opera d’arte si è sempre affermata di suo. E si è sempre affermata di suo con il potere del bello. Oggi invece è la critica d’arte che decreta le mode. Ed è un altro aspetto del trionfo dell’arte di oggi: l’aspetto economico. Oggigiorno il quadro è sottoposto al criterio del valore. E uno dei criteri che va per la maggiore è la grandezza del quadro. Lo si calcola in base alle dimensioni fisiche (larghezza, ecc.) e al curriculum dell’autore (quante mostre ha fatto, ecc.). Non è mai stato così. Oggigiorno ci vogliono invece spacciare il fatto che l’arte contemporanea è diversa dall’arte degli altri tempi e che vada valutata secondo criteri differenti.  In realtà si tratta di un’idea mistificante. Adduco solo un esempio. Sono stato a un premio artistico in cui c’era un amico che esponeva un quadro a mio modo di vedere molto bello. Si capiva quello che rappresentava. L’opera che ha ottenuto il primo premio è stato un bastoncino conficcato nel muro con un po’ di gesso. Ma il premio del consenso popolare non ha votato il bastoncino conficcato nel muro, bensì le opere belle, che significavano qualcosa.

È questo il motivo della speranza. Il motivo della speranza è che il criterio della bellezza non ci viene dato agli esperti. Se tutti i ragazzi, se tutte le persone che erano lì presenti hanno votato altri quadri rispetto al vincitore del primo premio, hanno votato quadri belli, significa che il criterio della bellezza è dentro di noi, è nel nostro cuore. Siamo stati fatti da Dio con un criterio che ci permette di andare verso ciò che è vero, ciò che è buono, ciò che è bello e questo criterio è in noi: dobbiamo educarci a cogliere il fatto che noi stessi abbiamo un criterio oggettivo. Questa è l’affermazione fortissima che possiamo fare. Abbiamo in noi un criterio oggettivo. E noi sappiamo se qualcosa è buono per noi. I miei ragazzi del liceo, quando magari mi raccontano le loro storie sentimentali o altre vicende  personali, vengono da me invitati a cercare di capire se quello che fanno è qualcosa di buono per loro e gli dico: prova a fare silenzio, prova a guardarti dentro e prova a vedere se effettivamente è così. Oggigiorno è più facile abituarsi al brutto, è più facile guardare una trasmissione brutta, perché assistiamo all’imperversare del brutto e del trash. Occorre un’educazione, che comporta fatica, sacrificio, rimettersi in sintonia con qualcosa che è bello. Il bello è più naturale, è più corrispondente a come noi siamo fatti, perché noi siamo fatti per qualcosa che sia bello, qualcosa che sia grande.

Allora, giungiamo ora alla domanda: “Quale bellezza salverà il mondo?”. Nell’Idiota Dostoevskij dice che il mondo sarà salvato dalla bellezza. Ma si chiede: quale bellezza potrà salvare il mondo? Perché dire che la bellezza salverà il mondo può sembrare una bestemmia, se intendiamo per bellezza quella che viene spacciata oggi dai mass media, se intendiamo come bellezza soltanto l’appariscenza esteriore. In un altro romanzo di Dostoevskij, I Demoni, un personaggio dice che Raffaello e Shakespeare sono più importanti della rivoluzione contadina, sono più importanti addirittura della chimica, dell’inglese, della scienza, perché Raffaello e Shakespeare rappresentano la bellezza e, quindi, sono il frutto più grande che l’uomo abbia partorito. Quando Papa Giovanni Paolo II, più di dieci anni fa, nella Lettera agli artisti, commenta la frase “La bellezza salverà il mondo”, scrive che la bellezza salverà il mondo perché infonderà sempre quello stupore, trasmetterà sempre quell’entusiasmo che ci permetterà di ripartire. Ultimamente Benedetto XVI ha detto che la speranza è “la vera figlia di bellezza”. Di fronte alla bellezza noi abbiamo la speranza nella vita, la speranza di qualcosa di meglio. In Le vite degli altri, un film bellissimo, il protagonista spia la vita delle persone. A un certo punto si trova a spiare la vita di un artista e cambia vedendo come questi vive in maniera diversa, vive l’amore, l’arte, la musica diversamente. C’è una frase bellissima nel film, quando il protagonista si chiede: “Come si fa ad essere cattivi dopo aver sentito una musica così bella?”. La vera bellezza non porta al desiderio di violenza o al desiderio di possesso, ma al desiderio di cambiamento, di essere migliori, come quando ci innamoriamo davvero di qualcuno. Allora, vogliamo essere all’altezza di questa persona, desideriamo essere migliori di quello che effettivamente siamo. Dante, quando affronta la questione della bellezza e la questione dell’arte, ci spiega perché ha scritto la Divina Commedia, in una lettera indirizzata a Cangrande della Scala. Dante ha composto la Commedia per rimuovere i viventi, cioè noi finché siamo in vita, dalla condizione di miseria, dalla condizione di peccato, di tristezza, e accompagnarci alla condizione di felicità. La Divina Commedia è stata scritta da Dante per renderci più felici e per portarci alla salvezza eterna. Quindi, il poeta mette subito in collegamento la bellezza con la felicità e addirittura con la salvezza eterna; ed è la stessa intuizione che ha avuto Leopardi. Questi, interrogandosi sulla questione della vita, soprattutto interrogandosi sulla felicità, che è stata la domanda fondamentale che Leopardi aveva quando si alzava al mattino, è arrivato ad un’intuizione nella poesia Alla sua donna. Se l’uomo incontrasse la bellezza e la amasse (la bellezza con la “B” maiuscola, ossia la bellezza ideale), allora la sua vita sarebbe felice. L’uomo vivrebbe il Paradiso sulla Terra. Allora iniziamo già capire, grazie a questi grandi geni, perché la bellezza possa salvare. San Giustino, filosofo e martire, afferma che il Cristianesimo è stato la manifestazione totale del Logos, per cui a noi cristiani interessa qualsiasi forma di bellezza, perché qualsiasi forma di bellezza è una parte del Logos, fa parte del seme del Logos disseminato nel mondo. Ed ecco perché i grandi Padri della Chiesa, come Sant’Agostino (sul quale ultimamente è stato fatto un film secondo me davvero stupefacente), hanno salvaguardato tutto il bello, tutta la bellezza dell’arte.

Scrive sant’Ireneo che la gloria di Dio è l’uomo vivente. Egli fa un passo in più, perchè afferma c’è qualcosa che è ancora più bello dell’opera d’arte. Per Charles Moeller una sola cosa supera la bellezza della Divina Commedia ed è la bellezza dei santi. Sono persone che hanno trovato una cosa talmente grande che nel loro volto è come se incarnassero questa bellezza. Infatti la saggezza dei primi cristiani, espressa nella Didaché, propone questa frase splendida: “Guardate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dal loro discorsi e dai loro sguardi”. La bellezza dei santi è rigenerante. Potremmo addurre davvero tantissimi esempi: ne faccio uno molto personale. Ricordo che sono rimasto colpito quando ho sentito parlare Marguerite Baranktise, una donna del Burundi, che ha visto massacrare i propri familiari nella contesa tra Hutu e Tutsi. Invece di coltivare un desiderio di vendetta, è ripartita dal bello che aveva incontrato lei, negli anni ha costruito un orfanotrofio che ha ospitato più di 10.000 bambini. La possibilità di incontrare una bellezza cha cambia esiste per tutti noi. Ho portato i miei studenti a fare la colletta alimentare, che si tiene l’ultimo sabato del mese di novembre. Una signora di ottant’anni, che non si voleva fermare a offrire nulla, poi mi ha raccontato che lei aveva sperimentato davvero la povertà, noi probabilmente non l’abbiamo mai sperimentata. La signora, dopo mezz’ora che mi parlava, ha visto i miei studenti che si premuravano contenti per ottenere sempre più cibo per i poveri. Alla fine si è messa anche lei a fare la colletta alimentare. Questo è un esempio reale di cosa voglia dire che la bellezza trascina. Un gesto bello trascina, muove, se uno lo guarda. Gli esempi però potrebbero essere tanti altri.

Allora, qual è la vera bellezza che può salvare il mondo? È quella bellezza che tiene assieme il buono, il vero e il bello. Quella bellezza che c’è stata testimoniata, per quanto mi riguarda, da quelle persone che hanno incontrato Cristo. Quindi quella bellezza che testimonia Cristo stesso, che è il buono, il vero, il bello. Ma nell’epoca contemporanea purtroppo spesso ci si dimentica di Cristo. Ci si dimentica di un aspetto fondamentale del Cristianesimo: della bellezza. Una volta che si è tolta la bellezza, anche la verità e la carità non stanno più assieme. Allora la carità senza verità diventa buonismo e serve a poco; la verità senza carità rischia di essere un giudizio spietato nei confronti delle persone, rischia di essere intransigenza. La verità deve andare a braccetto con la carità, cioè i giudizi devono sempre andare a braccetto con uno sguardo amorevole sulla persona; ma questo è possibile soltanto nella misura in cui si scopre che questa è la vera bellezza della vita.

 

 

 

 


[1] Testo inedito estratto dalla Conferenza tenuta da Giovanni Fighera presso la Sala Molinari – Chiostro dell’Immacolata – Piazza S. Francesco a Salerno il 19 febbraio 2010, organizzata dal Centro culturale Veritatis splendor.

 

 

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