Allo stesso modo, l’armonia presuppone che si esercitino tutte le parti del corpo, perché nessuna prevalga sull’altra. Ne deriva, quindi, la proporzione di tutte le parti. L’intero corpo è, però, governato da quell’anima che si chiama «ragione» ed è necessario che

 

 

la parte destinata al governo sia bellissima  ed ottima nell’esercizio di questa sua funzione governativa.

 

Si deve, quindi, esercitare ed educare la ragione senza abbandonarsi alle passioni in maniera incontrollata.

 

Chi dunque s’abbandona alle passioni ed all’orgoglio ed a lungo con essi si travagli, si capisce che tutti i suoi pensieri si facciano mortali, non solo, ma nulla trascuri per diventare quanto più è possibile mortale, ché la parte mortale sempre più egli sviluppa.

Viceversa, chi dedica tempo all’anima e alle «cose immortali» giunge in un certo modo alla verità ed è più felice degli altri uomini. Così, Platone lo spiega:

 

Chi si è applicato […] allo studio della scienza ed a veraci pensieri, esercitando soprattutto questa parte di se stesso a conoscere cose immortali e divine, se riesce ad attingere la verità, è assolutamente necessario che possa, nella misura in cui a natura umana è dato, partecipare dell’immortalità, interamente gioirne; e come colui che rende un culto alla divinità, perché mantiene sempre in ordine il Dio che ha in sé, è naturale che sia sopra tutti felice.

Connessa non solo alla bontà (piano morale), ma anche alla verità (piano ontologico), la bellezza diventa, quindi, fondamentale alla felicità umana.

Platone, però, distingue la bellezza dall’arte. Quest’ultima, infatti, è per lui copia della realtà: se la realtà (il fenomeno) è, a sua volta, copia del mondo delle idee (noumeno), l’arte sarà solo un pallido riflesso della verità dell’Essere. In quanto copia della copia, essa allontana l’uomo dalla verità e non avrà, quindi, nessuna credenziale per partecipare del sistema filosofico platonico, non godendo di alcuna validità gnoseologica. Prendiamo l’esempio di un campo di fiori. Per Platone questi sono una copia dell’idea di «fiore» che esiste nel mondo delle Idee o Iperuranio. Un quadro che ritragga questi fiori ci allontanerà ulteriormente dalla «verità del fiore» perché sarà una copia dell’apparenza che vediamo.

L’arte ha, però, un altro grave torto, a detta di Platone, quello di suscitare nell’uomo forti passioni che dovrebbero, invece, essere dominate e governate. É questo un ulteriore motivo di condanna nei suoi riguardi. Il filosofo neoplatonico Plotino (204 d. C. – 270 d. C.), vissuto alcuni secoli più tardi, invece, non considererà più l’arte come imitazione della natura. Lo spettatore potrà coglierne la bellezza soltanto se l’avrà nel suo animo. Nell’atto della percezione e della contemplazione l’anima umana compie un movimento verso Dio, che è la fonte di ogni bellezza. L’opera d’arte non si identifica con la bellezza, è, bensì, tramite di quel bello che è già nell’animo dell’artista e dell’osservatore. In una sorta di percorso ascetico e, per così dire, mistico chi sta di fronte all’opera d’arte va oltre essa e si inoltra in uno spazio ultrasensibile. É, qui, evidente la lezione del maestro Platone.