altLe novelle di Pirandello sono la scaturigine di molti testi teatrali e perfino di romanzi. È il caso di Uno, nessuno e centomila che deriva dalla novella Stefano Giogli, uno e due che risale al 1909. Il parto è lungo, perché il romanzo viene pubblicato dapprima a puntate su rivista tra il 1925 e il 1926 e, poi, in volume nel 1926. Sarà l’ultimo di Pirandello.

            Il protagonista Vitangelo Moscarda, soprannominato Gengé, è alla ricerca della sua vera identità, proprio come Mattia Pascal. Messo in crisi nelle sue certezze dalle considerazioni della moglie sul suo naso («Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra»), è scosso dal fatto di non aver mai visto un difetto che aveva tutti i giorni sotto gli occhi. Così inizia la confessione interiore svolta in prima persona da Vitangelo: «Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona […]. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo. Vide forse mia moglie molto più addentro di me in quella mia stizza e aggiunse subito che, se riposavo nella certezza d’essere in tutto senza mende, me ne levassi pure, perché, come il mio naso mi pendeva verso destra, così […] le mie sopraciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi […], le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente della’ltra; e altri difetti…». Insomma, un uomo si può essere guardato allo specchio migliaia di volte senza essersi osservato bene.