Nella seconda quartina Petrarca racconta che il viso di Laura gli «parea» atteggiarsi a pietà. Qui sorprende la presenza del verbo «parea», esplicito richiamo alla tradizione stilnovista precedente e al sonetto dantesco Tanto gentile e tanto onesta pare appartenente alla Vita nova. Petrarca, però, ribalta il significato del verbo. In Dante «parea» vale per «emerge in tutta la sua oggettività» e sottolinea la sorprendente epifania a cui gli spettatori possono assistere, manifestazione sacra di una donna che è tanto più bella quanto più ama e vuole il bene. La bellezza di Beatrice che traluce all’esterno è, infatti, frutto della straripante e incontenibile «bontà d’animo». 

Leggiamo la descrizione più nota di Beatrice: «Tanto gentile e tanto onesta pare/ la donna mia quand’ella altrui saluta,/ ch’ogne lingua deven tremando muta,/ e li occhi no l’ardiscon di guardare./ Ella si va, sentendosi laudare,/ benignamente d’umiltà vestuta;/ e par che sia una cosa venuta/ da cielo in terra a miracol mostrare.// Mostrasi sì piacente a chi la mira,/ che dà per li occhi una dolcezza al core,/ che ‘ntender non la può chi no la prova;// e par che de la sua labbia si mova/ uno spirito soave pien d’amore,/ che va dicendo a l’anima: Sospira». Ora in Petrarca «parea» indica un’opinione, un’impressione labile e non oggettiva. Petrarca riconosce che ha incontrato Laura in un momento di particolare vulnerabilità, quando era più suscettibile ad innamorarsi. Non deve, quindi, stupire il fatto che di fronte ad una tale bellezza sia stato del tutto irretito dall’amore.

Nelle terzine immagini e linguaggio sono ancora mutuati dallo Dolce Stil Novo: l’incedere, l’aspetto e la voce angelici, tutto in quella donna sembrava richiamare un essere proveniente dal Cielo. L’affermazione del Petrarca è, però, del tutto formale, scevra di quella intima convinzione che caratterizzava le parole di Dante: ovvero con il repertorio di immagini angelicate Petrarca vuole sottolineare la straordinarietà della bellezza di Laura, non certo descrivere le sue qualità spirituali. Allora scopriamo proprio alla fine del sonetto che, anche se la bellezza di Laura è un po’ sfiorita, la passione per lei non è scemata. Per dirla col Petrarca un cuore ferito dalla freccia di Cupido non si risana perché la corda dell’arco si è allentata.

Beatrice, morta neanche venticinquenne nel 1290, non ebbe tempo di invecchiare, a differenza di Laura, morta durante la peste del 1348, quando i segni del tempo avevano ormai lasciato segni inconfondibili sul suo volto. Ma proprio nel sonetto che descrive le prove del passaggio del tempo sul volto dell’amata Laura Petrarca celebra la bellezza tutta esteriore della donna, nulla concedendo all’interiorità e all’animo di lei. Una volta ancora la distanza tra la figura di Beatrice e quella di Laura è abissale, ma c’è da chiedersi, a ragione, se non sia incolmabile piuttosto il divario tra lo sguardo di Dante che gli permette di vedere il cuore di Beatrice e quello di Petrarca tutto soffermato sulla propria sofferenza e sull’avvenenza esteriore della donna incontrata. (La Nuova Bussola quotidiana del 10-4-2016)