Si celebra oggi la giornata mondiale della poesia. Che cosa significa «celebrazione»? Il termine deriva dal latino e significa «rendere affollato, partecipare in maniera numerosa ad un evento». Bene, ci chiediamo oggi chi frequenti la poesia, chi legga la poesia nel proprio tempo libero. Appartiene ai doveri o ai luoghi comuni questa celebrazione della giornata mondiale della poesia? Nel 2013, in una società postindustriale come la nostra, dove domina il potere della tecno-scienza e della finanza, ha ancora senso celebrare la poesia, assaporarne i versi, impararla a memoria?

Un amico mi confessava l’altro giorno che secondo lui la poesia è già morta ed è stata sostituita dalla musica, perché nessuno legge più poesia oggi, mentre tutti ascoltano la musica. Io gli ho risposto che la sua affermazione partiva da un equivoco, quello secondo cui le arti fossero separate tra loro, che musica e poesia non fossero intimamente connesse. Sul finire del Duecento Casella non musicava i testi poetici di Dante come ci è dato capire dal canto II del Purgatorio? Quando Dante lo incontra, gli chiede: «Se nuova legge non ti toglie/ memoria o uso a l’amoroso canto/ che mi solea quetar tutte mie doglie,/ di ciò ti piaccia consolare alquanto/ l’anima mia, che, con la sua persona/venendo qui, è affannata tanto!». Allora Casella inizia a cantare una poesia di Dante: «Amor che ne la mente mi ragiona». Per caso le poesie provenzali non venivano accompagnate con la musica, così come tanti componimenti successivi? E la poesia stessa non ha una sua musicalità? Pensiamo ai versi del Petrarca in cui il poeta descrive il vecchierello che parte con grande desiderio per andare a incontrare la Veronica a Roma («Movesi il vecchierel canuto et biancho») e la lentezza con cui incede dopo poco tempo per la stanchezza («Indi trahendo poi l’antiquo fiancho/ per l’extreme giornate di sua vita»). Il verso ha un ritmo, degli accenti che rallentano, velocizzano, trasmettono impressioni, creano immagini come quando Petrarca scrive: «Solo et pensoso i più deserti campi/ vo misurando a passi tardi et lenti». Noi ci immaginiamo allora il poeta che misura il campo, confrontando la lunghezza del campo con l’unità di misura del suo passo. Il ritmo diventa quello di un passo di uomo.

Certo, la provocazione del mio amico testimonia che oggi sembra essersi avverato quanto aveva profetizzato Leopardi due secoli fa sullo Zibaldone a proposito della poesia. L’acculturamento di massa avrebbe creato una letteratura commerciale per tutti e la poesia sarebbe divenuta sempre più lettura per pochi.